
Il timore o la riserva che prevale di fronte alla proposta, avanzata da questo supplemento in relazione alla riforma del Senato, di arruolare una componente documentatamente competente o tecnica nelle istituzioni politiche rappresentative, è che si tratti di un progetto in ultima istanza antidemocratico. O tecnocratico. Si pensa che coloro i quali ritengono che chi ne sa di più governerebbe meglio siano, come Platone, «nemici della democrazia». Così li definiva Robert Dahl. È possibile che i competenti ed eccellenti in posizioni politiche non si considerino più portatori di un metodo critico (quello scientifico, o accademico in senso alto) per stabilire i fatti e per controllare la validità delle decisioni ma portavoce di una verità per loro definitiva. Che magari tale non è, o che non è pertinente rispetto ai problemi in questione. Che il rischio non sia immaginario, lo dimostra il contributo del farmacologo Gaetano Di Chiara alla discussione sulla pericolosità e sui limiti dell’uso medico o della legalizzazione della cannabis. Togliamo di mezzo qualunque equivoco. Assumere droghe, che si tratti di alcool, tabacco, cocaina, eroina, ecstasy o cannabis, fa male. È consigliabile non farlo. Ma le droghe non fanno male tutte allo stesso modo. Analizzando l’insieme dei danni che le diverse droghe causano sia a chi le assume sia agli altri, ne risulta inconfutabilmente che la droga più dannosa è l’alcool E che il consumo di tabacco ha un impatto più grave della cannabis. E proprio non esistono giustificazioni razionali per cui alcool e tabacco sono legali, e il consumo di droghe meno dannose di alcool e tabacco non potrebbe esserlo in un quadro normativo finalizzato alla riduzione generale dei danni. Con vantaggi economici e sanitari. Una parte sempre minima di popolazione sarà forse più a rischio di consumo, ma almeno sarà responsabilizzata. E l’abuso di droga sarebbe gestito come problema sanitario, quale è. E non di ordine pubblico. Non è chiaro perché istanze paternalistiche e illiberali, mascherate da buone intenzioni e argomenti retorico-terroristici, debbano essere preferite ad approcci più pragmatici. Non si deve nemmeno mettere in discussione che va fatto il possibile per ridurre danni che gli adolescenti possono causare al loro cervello, e al resto, facendo gli spavaldi con le droghe. Così com’è giustificato che lo Stato disincentivi comportamenti ricreativi degli adulti, come il consumo di droghe, che possono mettere in pericolo la salute di altri, o generare costi evitabili. Fatte queste premesse, si dovrebbe intelligentemente discutere se davvero si vogliono portare a casa dei risultati, riducendo i consumi o almeno le conseguenze dannose per i nostri ragazzi. O se si preferiscono leggi che insensatamente proibiscono sostanze meno dannose (e non certo perché sono illegali, anzi è proprio l’illegalità che causa i maggiori danni), mentre è legale il consumo di droghe dannosissime. In particolare l’alcool. Sapendo che l’ipocrisia è un tratto molto vantaggioso via via che si sale nelle gerarchie di potere, non stupisce leggere o ascoltare distorsioni dei fatti, al fine di soddisfare pregiudizi personali. Definire “escamotage” la legalizzazione della cannabis medica offende l’intelligenza ed è un segno di sprezzo verso chi la pensa diversamente e con migliori argomenti. Ma non essendo farmacologo, né farmaco-epidemiologo, né neuropsichiatra non tocca a me confutare nel merito gli pseudoragionamenti “tecnici” di Di Chiara. Salvo per la questione del «coefficiente di intelligenza», che è poi un “quoziente” e che sarebbe ridotto negli adulti dal consumo di cannabis. Ho studiato per altri motivi i determinanti del QI, e letto gli studi in questione. È altrettanto verosimile che chi ha già un basso QI per altre ragioni risulti più predisposto a consumare cannabis. Come persona curiosa e storico della medicina m’interesso della questione droga, da un punto di vista storico-culturale e socio-psicologico, almeno dagli anni Settanta. Quando anch’io consumavo cannabis, senza diventarne dipendente o subire danni cognitivi. Almeno così mi pare, ma questo può essere un caso e non ne parlo certo per farne un argomento di discussione – benché conosca decine di persone con una storia simile. Sono inconfutabili le ragioni politico-economiche assurde, meglio dire capricciose per cui la cannabis nella prima metà del Novecento è stata inserita tra le droghe legali, e per cui le è pure stato tolto, per un certo periodo, qualunque valore di farmaco valido per alcune condizioni cliniche. Si sa che gli scienziati hanno dei bias cognitivi nel relazionarsi con la storia, ma proprio per questo va ricordato che anche la storia è una scienza empirica. Che lascia tracce controllabili dei fatti accaduti. Ed è non meno dannoso ignorare i fatti storici, cioè non riconoscere o correggere gli errori del passato, di quanto lo sia fuorviare la discussione riportando come scientificamente fondati argomenti che non lo sono. Ho seguito l’evoluzione delle ricerche sperimentali ed epidemiologiche sul consumo di droghe, ma anche all’evoluzione degli atteggiamenti sociali, presso i miei coetanei e poi tra i giovani, da quando mio figlio è entrato nell’adolescenza. Le mie idee libertarie sono state messe alla prova da una naturale ansia genitoriale. Ho rimesso tutto in discussione e ho concluso che l’approccio libertario funziona certamente male, ma tutti gli altri sono molto molto peggio. Le politiche di controllo del consumo di droghe sono entrare da alcuni anni in una fase nuova con diversi esperimenti di depenalizzazione, come quelli olandese e portoghese, o di legalizzazione. Ci sono valutazioni medico-sanitarie precise – che non sono escamotage – che hanno indotto negli Stati Uniti a fare quel che viene chiamato un «esperimento naturale», in realtà sbagliando perché gli esperimenti naturali sono epistemologicamente cose diverse. È di certo un esperimento, iniziato da poco e motivato dal riconoscimento che le politiche proibizioniste sono fallite, di cui è prematuro giudicare l’esito. Peraltro, negli esperimenti si possono aggiustare parametri e controllare cosa ne viene fuori. Se è vera, com’è vera, la pericolosa corsa per alzare il contenuto di THC (componente psicostimolante) nella varietà sativa sul mercato, una strategia da non sottovalutare potrebbe essere depenalizzare l’uso in modo da promuovere il consumo di Cannabis indica che contiene più CBD (componente sedativa e che produce diversi benefici terapeutici). Si potrebbe ottenere un antagonismo di mercato rispetto alla sativa, sfruttando proprio le dinamiche sociali di consumo.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.