Eutanasia: dubbi o alibi?

Carlo Troilo

Isabella Bossi Fedrigotti, sul “Corriere della Sera” di domenica 19 gennaio, prende spunto dal suicidio di Carla Ravaioli, dalla richiesta di eutanasia di un  detenuto napoletano e   dalla vicenda di Vincent Hubert in Francia per dire che a  seguito di questi  tre  casi  “si infiamma il dibattito sul fine vita”.

E se è vero che in Francia il dibattito – sempre vivo – si è riacceso, anche perché è in  dirittura di arrivo in Parlamento una legge del governo socialista sulla eutanasia, in Italia, purtroppo, non si infiamma un bel niente. Leggiamo solo poche caute dichiarazioni (e mai dei politici che contano) e rari articoli, come quello in questione, la cui autrice  esprime comprensione per chi soffre e vorrebbe morire ma soprattutto   perplessità sulla eutanasia, ed anche una certa avversione per i suoi sostenitori. Leggere per credere: “C’è chi scrive lettere-testamento, chi <estorce> promesse  a figli e congiunti, chi si iscrive a <funeree> associazioni olandesi o svizzere. Ma c’è anche chi , pur convinto della  bontà della eutanasia, teme di pentirsi, un giorno, di quel testamento biologico redatto in piena coscienza, e di non essere più in  grado di revocarlo”.  In questo  modo l’autrice “frena” non solo sulla eutanasia (che per la verità c’è in non molti paesi occidentali) ma anche sul testamento biologico (che invece manca esclusivamente in Italia).  E lo fa mettendo in dubbio la capacità delle persone di autodeterminarsi con serenità e sicurezza – nel momento in cui la morte è alle porte o anche, con il testamento biologico, “ora per allora” – e quasi  pretendendo la “probatio diabolica”  del diritto romano (dimostra, ora che hai l’Alzheimer all’ultimo stadio, che forse non avresti lasciato scritto di lasciarti morire).  

Ma le tesi dell’articolo diventano difficili da accettare  quando l’autrice – forse lasciando che la romanziera prevalga sulla giornalista – fa riferimento a “chi supplica i figli di lasciarlo vivere fino all’ultimo respiro, persuaso che anche soltanto uno spiraglio di luce sia meglio del buio che potrebbe esserci dall’altra parte”. E fa balenare così l’immagine di figli crudeli e insofferenti, che vorrebbero  accelerare al massimo il trapasso dei vecchi genitori.  Più avanti l’autrice, dopo essersi posta, ma senza prendere posizione in merito,  una serie di legittimi  interrogativi  circa  una eventuale legge sulla eutanasia (a chi si applica, chi decide, sarà solo passiva o anche attiva?) non resiste alla tentazione di alludere, sia pure cautamente, alle tesi della deriva eutanasica o peggio della strage degli innocenti:  “Agli interrogativi sui limiti della eutanasia – scrive – vengono a mescolarsi visioni di anziani non autosufficienti per il cui accudimento mancano i fondi, il tempo e le forze, destinati da medici e parenti a morte <dolce>. E chissà se l’avrebbero voluto”.

Un’ultima notazione, rivolta  naturalmente   alle forze politiche e non ai   giornalisti che, come la Bossi Fedrigotti,  esprimono liberamente le loro opinioni:  come i nemici dell’aborto  non fanno nulla in concreto per i bambini che nascono (i governi del centro destra, anzi, hanno praticamente azzerato i già miseri fondi per la famiglia), così i nemici della eutanasia si mostrano preoccupatissimi  per  la sorte dei malati di Alzheimer (in Italia 700 mila, un milione se si includono le altre malattie mentali) e  paventano soluzioni  del tipo SS (“vecchio non buono”) ma non pensano nemmeno lontanamente ad organizzare, come i governi tedesco e francese,  complessi  e costosi piani per combattere la non autosufficienza.  Come disse in un nostro convegno Roberto Bernabei – un  famoso gerontologo,   contrario alla eutanasia –  negli ospedali c’è già un colossale fenomeno di eutanasia invisibile: quella dei vecchi che vengono lasciati morire di miseria, di solitudine, di consunzione.     

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.