Mentre da noi una giornalista ultranovantenne si uccide con le pillole e un carcerato tormentato dal cancro si rivolge a Napolitano chiedendo di essere lasciato morire, in Francia è intervenuto il tribunale per fermare l’eutanasia su di un paziente decisa dai medici e da una parte della famiglia, ma non dai genitori.
Qui e là si infiamma, dunque, il dibattito sul fine vita. La colpa, se tale si può chiamare, è della medicina che oggi riesce a far sopravvivere per anni chi in altra epoca se ne sarebbe andato in pochi giorni. Del resto, chi non vorrebbe far il possibile e l’impossibile per tenere in vita — anche se non si sa quale vita — una persona amata, un parente, un amico? Questo almeno si pensava fino a non molto tempo fa: ora, avendo nozione di possibili interminabili stati vegetativi, non raramente si tende a compiangere nel profondo chi è stato salvato per il rotto della cuffia con la prospettiva di un’esistenza attaccata alle macchine. E c’è perciò chi scrive lettere-testamento, chi estorce promesse a figli e congiunti, chi si iscrive a funeree associazioni olandesi o svizzere per garantirsi un’uscita di scena senza troppi traumi. Ma c’è anche chi — in Rete il tema è più dibattuto che mai — pur convinto della bontà dell’eutanasia, teme di pentirsi un giorno di quel testamento biologico redatto in piena coscienza, e di non essere più in grado di esprimersi per revocarlo.
Oppure c’è chi supplica i figli di lasciarlo vivere sino all’ultimo respiro, persuaso che anche soltanto uno spiraglio di luce sia meglio del buio che potrebbe esserci dall’altra parte. Ci vuole una legge, chiedono in Italia come in Francia. Ma a chi si applicherà? A chi è in coma profondo, a chi è in stato vegetativo o anche a chi ha conservato una sia pur modesta reattività? Chi prenderà la decisione? I parenti, i medici o, come è successo ora in Francia e, molto prima, nel caso di Eluana Englaro, pure in Italia, i magistrati? E la legge dovrà consentire solo l’eutanasia passiva o anche attiva? Gli interrogativi sono molti e di difficile risposta. Inevitabilmente, poi, vengono a mescolarvisi visioni di anziani non autosufficienti, per il cui accudimento mancano i fondi, il tempo o le forze, destinati da medici e parenti a morte «dolce». E chissà se l’avrebbero voluto.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.