Testamento d’amore all’Italia e ai giovani dopo il suicidio assistito in Svizzera

Corriere del Veneto corriere.it

Quella che segue è la lettera che la moglie di un imprenditore morto per una malattia ha voluto lasciare come «testamento» all’Italia e ai giovani poco prima di seguire il marito con un suicidio assistito avvenuto in Svizzera.

«La prima volta che mi sono avvicinata a lui per chiacchierare, puzzava, ma era bello. La nostra casupola era su una stradina senza uscita e lui vi passava davanti con la sua carretta, talvolta piena, talvolta vuota, mattina e sera perché su un campo poco più in là vi era un capanno scalcinato dove abitava, senza luce ed acqua, per il quale doveva comunque pagare un piccolo affitto. Raccoglieva di tutto, soprattutto rottami, per poi rivenderli. Io facevo la serva (così ero chiamata, orario 7-18) dal farmacista del paese e vivevo con mia madre che camminava con due stampelloni. Una bomba d’aereo le aveva spappolato la gamba ed ucciso mio padre, muratore, che aveva fatto in tempo ad acquistare con inimmaginabili sacrifici, un angolino di terreno per costruirvi la casetta, due stanze, cucina e bagno. Ci consentivano di avere lo stretto necessario per sopravvivere il mio modesto salario e la pensioncina di mia mamma che, per fare la spesa in paese, a circa mezzo chilometro, handicappata com’era, ci metteva quasi tre ore.

Avevo diciassette anni, lui diciannove, che cosa meravigliosa innamorarsi, sento ancora oggi, dopo quasi settant’anni, le emozioni di allora. Non aveva conosciuto sua madre ed il padre, portato in Germania dopo una retata, non era più tornato. Doveva il suo lavoro ad un cugino del padre che gli comperava quanto raccoglieva, per poche lire. Dopo qualche mese venne a stare da noi, così lui aveva un bagno ed io avevo lui. Grazie alla comprensione di mia madre che di innamoramenti se ne intendeva. Veniva da una famiglia della piccola borghesia ed era stata cacciata di casa per essersi innamorata di un povero muratore più vecchio di lei. E dobbiamo a mia madre, ragioniera senza lavoro e con una qual infarinatura di affari, il nostro piccolo passo avanti nel lavoro. Mi mandò a pedinare in bicicletta (ottenni con fatica un permesso) il lontano cugino che comprava i rottami del mio uomo per vedere a chi li vendeva. Era un grosso operatore in rottami che accettò di comprare quanto gli portavamo e ad un prezzo migliore. Dico gli portavamo perché, anche se continuavo il mio lavoro di serva, ero sempre più vicina nel lavoro al mio futuro marito. E mamma teneva i conti. C’erano alti e bassi naturalmente, ma avevamo entusiasmo, eravamo inguaribili ottimisti, eravamo sicuri di noi stessi. E si lavorava, si camminava, si trascinava la carretta anche diciotto ore al giorno. Poi ci fu il miracolo economico, sapemmo coglierlo, diventammo rispettati operatori del settore, comprammo una piccola trafileria e poi tanto altro.

E quando vicende politico-sociali rischiarono di farci deragliare fu l’ottimismo e l’entusiasmo di sempre che ci fece ripartire. Non abbiamo mai licenziato nessuno, i nostri collaboratori erano quasi amici e, lo dico con orgoglio, dopo gli inizi molto avventurosi, mai una lira in nero nelle nostre contabilità. E tante tasse pagate. Sempre uniti, d’accordo, innamorati, il mio uomo ed io, purtroppo senza figli. Un consulente ed un notaio si occuperanno di dare a chi ha bisogno quanto resta, perché abbiamo già dato molto, senza clamore. Siamo venuti qui all’estero perché pareva esserci un medico che, anche se abbiamo passato da parecchio gli ottanta, avrebbe potuto prolungargli la vita di qualche mese od anno. Non è stato così. Mentre moriva, stringendogli le mani con l’affetto di sempre, ci sorridevamo. E domani mi tolgo di mezzo anch’io. Perché lo scrivo? Vorremmo far conoscere, se possibile, il nostro testamento spirituale. Perché nel nostro Paese c’è troppo pessimismo, disfattismo, paura del domani e credo che voi giornalisti, che molto potete, dovete lanciare ai lettori, agli italiani, unmessaggio di ottimismo, un messaggio che il domani sarà migliore, che il peggio è passato. Prima di morire voglio spargere con le mie modeste mani un piccolo seme che irradi il futuro, che faccia creder in una migliore situazione economica, in più posti di lavoro, in un’Europa unita che conti nel mondo e nel calo della corruttela. Dovete mettere in rilievo le grandi attitudini degli italiani, la loro capacità di risollevarsi, la loro fantasia, le loro doti di adattamento. Che hanno già dimostrato in passato quando noi eravamo giovani.

Il mio uomo diceva sempre che il mondo è fatto per essere migliorato. Che l’universo si espande perché c’è sempre più gente che è pronta a costruire con entusiasmo. Noi vecchi non dobbiamo avere l’arroganza di sentirci superiori ai giovani per come abbiamo vissuto la nostra vita, ma è un nostro dovere indicare loro le strade che si irradiano di luce e che portano a qualcosa di costruttivo e di nuovo. Se le luci dei vecchi si spengono, quelle dei giovani devono brillare ancora di più, alimentate da entusiasmi, da voglia di fare, dalla ferma volontà di essere migliori. E da spirito di sacrificio. Giovani, voi vivete in un mondo al quale non manca benessere ed assistenza a chi ha bisogno, vivete in una società nella quale i più hanno qualcosa che noi non ci saremmo mai sognati di avere ed è forse per questo che talvolta pensate che i vostri problemi debbano essere risolti da altri, dalla società. Sarebbe meraviglioso se fosse sempre così, ma non viviamo in un Eden senza problemi e se lo Stato o chi vi sta attorno non risolvono le vostre ansie, non vi trovano un lavoro, abbassate la testa, caricate, sviluppate la vostra fantasia, stringete i pugni, adattatevi a tutto se questo serve a fare un passo avanti, siate pronti a soffrire, con entusiasmo. Ed otterrete prima o dopo quello che desiderate. Il futuro mantiene quello che i forti promettono silenziosamente a se stessi. Un rispettoso, ultimo saluto».

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.