Il teologo Hans Kung, da sempre critico verso la Chiesa di Roma, è favorevole all’eutanasia attiva. In cattive condizioni di salute, a 85 anni, si rende conto che presto non potrà più lavorare. «Non voglio sopravvivere come una larva di me stesso», scrive nel terzo e ultimo volume delle memorie. «Mettere in scena la mia morte», continua, «sarà la mia ultima protesta contro la burocrazia ecclesiastica in Vaticano». Il suicidio in tarda età del regista Carlo Lizzani ha fatto sensazione in Germania, dove era molto conosciuto, come a suo tempo il suicidio di Mario Monicelli. Il tema eutanasia rimane tabù a causa del recente passato nazista. Subito, la dittatura cominciò a eliminare le persone considerate inferiori per malattie ereditarie. E, sempre a causa del nazismo, sono di fatto vietate le ricerche genetiche, che potrebbero ricordare gli esperimenti degli scienziati di Hitler per creare il superuomo ariano.
Ma Hans Kung non ha mai avuto timore di esprimere le sue idee. Come Wojtyla, rivela, è affetto da tempo dal morbo di Parkinson, presto perderà l’uso delle mani. Solo con enorme fatica è riuscito a completare le memorie, scrivendo a mano con una grafia nitida, come è sempre stata sua abitudine. Non ha mai voluto usare la macchina da scrivere, o tanto meno un computer. E, per una degenerazione inarrestabile, è destinato alla cecità. Da un anno sa di non avere speranza. «E stato uno shock», confessa. «Uno studioso che non può né leggere né scrivere? Che cosa fare?». Da gennaio Hans Kung si è ritirato dalla vita pubblica, rinunciando a tutte le cariche, come quella di presidente della fondazione Weltethos, da lui fondata nel 1995. «Non scriverò altri libri», annuncia, «non ho alcun desiderio di festeggiare i miei 90 anni. Non sono stanco della vita, sono sazio della vita». E confessa di pensare di rivolgersi all’organizzazione svizzera che procura la «buona morte», in modo scientifico.
Persone anziane come Lizzani o Monicelli sono state costrette a cercarla in modo crudele, gettandosi da una finestra. Perché non garantire a tutti una fine indolore quando non si ritiene di poter continuare a vivere in condizioni dignitose? Certamente, questa domanda non è accettabile dalla Chiesa, ma si vieta anche ogni dibattito sull’eutanasia. Il teologo di Tubinga è sempre stato un ribelle temibile dalla Chiesa, che definisce una «dittatura della fede». Si è battuto a viso aperto contro Giovanni Paolo II «un Papa», scrisse, «che ha riportato la Chiesa al Medioevo». E Wojtyla reagì togliendogli la cattedra di teologia e vietandogli l’insegnamento per aver messo in dubbio il dogma dell’infallibilità papale. Pessimi sono stati anche i suoi rapporti con Papa Ratzinger, di cui era stato amico in gioventù.
«Dal Concilio di Papa Giovanni», disse Kung in un’intervista allo Spiegel nel 2011, «abbiamo perduto decine di migliaia di preti, centinaia di parrocchie sono senza parroco, gli ordini religiosi stanno per estinguersi per mancanza di giovani monaci e monache». Colpa di una Chiesa che si è allontanata dagli uomini e che non sa più leggere e capire il Vangelo. «Ho seguito con dolore la fine del mio amico Walter Jens, e non desidero terminare i miei giorni come lui». Il filosofo fu colpito dall’Alzheimer, e il figlio ha descritto i suoi ultimi giorni in un libro che ha suscitato vive reazioni in Germania. Come le provocheranno le ultime pagine di Hans Kung. Si può non essere d’accordo, per motivi religiosi o meno, ma non è lecito impedire che si discuta della buona morte.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.