La storia di un italiano che va in Svizzera a morire di suicidio assistito

Tace solo quando l’emicrania prende il sopravvento, e allora chiede a me di parlare. «Raccontami delle storie», dice. «Di che genere?», rispondo.

«Del genere che non annoia: ‘sto viaggio è lungo assai», e mi sorprendo a rivelargli cose inconfessabili che non ho mai raccontato a nessuno. Alcune lo fanno ridere, e penso che un uomo non ride mentre va incontro alla propria morte. O forse è solo una convenzione a cui siamo stati educati. A tratti mi perdo nei pensieri, in silenzio fisso la campagna che scorre troppo veloce oltre il finestrino, faccio il calcolo delle ore che restano. Allora lui mi scuote una spalla e mi dice: «Fatti coraggio, non è niente».

È ossessionato dalla possibilità che la famiglia intuisca le sue intenzioni e metta la polizia sulle sue tracce. Ha tolto la batteria dal cellulare, nelle stazioni si guarda in giro alla ricerca delle telecamere, paga tutto in contanti.

In albergo a Milano, mentre estrae dalla borsa a tracolla sei banconote da cinquanta nuove di zecca per pagare la camera, l’uomo alla reception guarda con sospetto e fastidio i suoi capelli sporchi, l’impermeabile sgualcito, il volto deformato dalla stanchezza del viaggio, la camminata sofferente sostenuta dalla stampella – tutte cose che stonano con l’arredamento di design – e l’unico bagaglio, troppo piccolo anche per una sola notte.

È la stessa cosa che mi chiedo anch’io dall’altro ieri: che cosa mette in valigia un uomo che va a morire? Che cosa c’è nelle sue tasche, e perché mi incuriosisce più di quello che c’è nella sua testa?

Lo scopro quando lo accompagno in camera e lui svuota il contenuto della borsa per disporre tutto con ordine maniacale sulla scrivania. C’è poco più di niente. Due grosse buste indirizzate ai familiari. Una cartelletta azzurra gonfia di perizie mediche. Un portafoglio con i contanti. Le chiavi della macchina che spedirà alla famiglia con lo scontrino di un parcheggio di Napoli. Un sacchetto di plastica con un’arancia e una confezione di biscotti.

Niente biancheria, niente vestiti di ricambio, nessun accessorio da bagno: per contenerli ci vorrebbe almeno una borsa quarantotto ore, e a lui non ne restano che trentacinque.

Sul treno per Zurigo, dopo l’ultimo caffè davanti alla Centrale, non parla più. Da quando abbiamo passato il confine e le guardie di frontiera svizzere e i finanzieri italiani sono scesi, fissa il cielo oltre le vette, come se stesse studiando la rotta. «Leggi un po’», mi dice, «fa’ qualcosa per distrarti, lasciami guardare queste belle montagne».

Penso, sul momento, che sia il suo modo di prepararsi ad abbandonare la terra, di recidere uno a uno i fili che lo legano al mondo, a cominciare dalla conversazione e dal rapporto con gli altri esseri viventi. Scoprirò, poi, che non è così: lui è semplicemente angosciato dalla prospettiva di non riuscire a superare l’ultimo ostacolo che lo separa dalla morte, il consulto con il medico di Zurigo che dovrà firmare il secondo nulla osta, il giorno precedente il suicidio.

Arriviamo all’ambulatorio verso le cinque del pomeriggio, in ritardo di mezz’ora. Teme di non trovare più il dottore, che invece è lì ad aspettarlo e lo accoglie con una stretta di mano, parlando in un italiano dal forte accento tedesco. Il colloquio dura tre quarti d’ora. Il medico è un uomo tarchiato con una folta barba candida, indossa una camicia da montagna che – penso in modo del tutto incongruente – mi ricorda il nonno di Heidi, fa domande a raffica.

Quando finalmente dice: «Per me tutto a posto, può morire tomani», lui – un uomo che per tutta la vita ha guidato le sorti di altri uomini – cade in ginocchio, gli afferra la mano, la bacia, dice: «Grazie, dottore, che Dio la benedica».

Ora è sollevato, quasi allegro. Ha ripreso a parlare e alla stazione di Zurigo, mentre aspettiamo il treno per Basilea, vuole comprare un sandwich con würstel di vitello. Lo mangiamo in piedi sulla banchina: sarà la sua ultima cena.

Alla reception dell’albergo di Basilea il personale è più cortese che a Milano. Quando ha prenotato, lui ha pagato anche per la notte precedente, e la donna in tailleur nero gli dice che potrà farsi rimborsare i soldi dalla sua agenzia di viaggio. Le risponde con un mezzo sorriso: «Signorina, non ha importanza».

La dottoressa Preisig lo raggiunge nella sua stanza un’ora dopo. Si abbracciano con un’intensità struggente. Preisig gli fa firmare gli incartamenti, all’improvviso lui è agitato, insofferente: «Erika, non possiamo farlo stasera?». Lei, paziente, spiega che è impossibile: la morte ha bisogno dell’apparato burocratico, che la notte non lavora. «E se stanotte dovesse succederti qualcosa? Se domattina tu non potessi venire?».

Fanno quasi tutti così, mi spiegherà poi la dottoressa: giunti a questo punto non hanno paura della morte, ma di non poter morire. Le chiede di accompagnarlo a fare una passeggiata: «Voglio vedere il centro storico, non ci sono mai stato».

Camminano sottobraccio, lentamente, nei vicoli deserti. Fa freddo, e lui non ha altri vestiti che quelli con cui è uscito di casa tre giorni prima, vestiti da primavera del Sud, adatti a un luogo soleggiato, immensamente lontano. Dopo un po’ è stanco, vuole tornare in albergo. Quando Preisig sale in macchina, le dice: «Stai attenta, guida piano». L’ultima cosa che fa prima di ritirarsi in camera è chiedere alla ragazza in tailleur di prenotargli un taxi per il mattino: «Mi raccomando, alle otto e venti precise: ho un appuntamento importante».

Il monolocale al piano terra dove Preisig accompagna al suicidio è in un quartiere residenziale poco lontano dal centro. Un secolo fa ospitava una sinagoga. Lei lo ha fatto ristrutturare cercando di renderlo il più accogliente possibile, ma il risultato è che sembra la stanza di un residence per ex mariti cacciati di casa: c’è un letto singolo, una poltrona, un angolo cottura a vista, un assortimento di cd, un tavolino da salotto con un vassoio di cioccolatini, nessuna finestra, la gelida presenza dello stelo di alluminio per appendere la flebo.

Arriviamo qualche minuto prima delle otto e trenta. Entra, saluta, dà un’occhiata rapida alla stanza, guarda l’orologio, chiede se è tutto a posto con un tono distaccato, quasi militare. Anche Erika cerca di sembrare fredda e padrona di sé («È quello che le persone si aspettano, a questo punto»), ma è evidente che le costa fatica. Lui estrae dalla borsa le lettere per i familiari, chiede che vengano spedite dopo la sua morte insieme all’urna con le ceneri, si sfila le scarpe, si siede sulla poltrona. «Erika, angelo mio», dice, stavolta con dolcezza, «vieni, non perdiamo tempo».

Alle otto e quarantacinque, Preisig gli infila l’ago nella vena, e mette in comunicazione il suo corpo con la sacca di soluzione fisiologica nella quale ha già disciolto una dose letale di Pentobarbital di sodio. Da adesso, la sola cosa che lo separa dalla morte è un pezzetto di plastica arancione del valore di pochi centesimi, la valvola che dovrà aprire. Erika gliela porge, lui la prende delicatamente, come se fosse una farfalla viva. Nei suoi occhi c’è una gratitudine incalcolabile.

«Funzionerà, vero? Non soffrirò?», dice. «No, non soffrirai. Dormirai un sonno profondo». «Grazie, angelo mio, che Dio te ne renda merito». Poi ha un ripensamento. «Sergio», dice, «portami la borsa». Gliela metto in grembo, rovista tra le carte e l’arancia ancora intatta e ne estrae un piccolo crocifisso. Lo stringe nell’altra mano, mi guarda e scrolla le spalle come per dirmi: che ci vuoi fare?

Poi tutto accade velocemente. Ruedi, il fratello di Erika, accende la telecamera: il video servirà a dimostrare che in questa stanza un uomo si è tolto la vita di sua volontà. La polizia lo dovrà visionare, ma verrà chiamata solo a decesso avvenuto: per paradosso, se fosse presente dovrebbe impedire il suicidio.

Erika rivolge le tre domande di rito: nome, data di nascita, sei cosciente di quello che accadrà quando aprirai la valvola. Alla terza, la risposta è: «Finalmente sarò libero». Tocca a lui aprire la valvola, alle nove e sei minuti. Nello stesso momento comincia a recitare l’Ave Maria. Erika, in ginocchio, gli accarezza la mano e sussurra il suo nome come un mantra. Quando si arriva a «prega per noi peccatori», la voce è un nastro al rallentatore. Non pronuncerà mai l’amen finale. Il suo cuore si ferma alle nove e dieci.Mentre aspettiamo la polizia, che arriverà tra poco insieme al procuratore capo e al medico legale, guardo il corpo di quest’uomo che ho conosciuto in modo così superficiale eppure così intimo, un uomo forte e disperato, che alcuni chiamerebbero un eroe e altri un codardo. Sul suo volto vedo la pace. Mentre il personale dei servizi funebri lo porta via, mi sembra di sentire la sua voce che mi dice: «Sergio, non rompermi i coglioni».

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.