Testamento biologico meglio una legge in ritardo che una cattiva legge

Il Gazzettino
Ennio Fortuna

Alcuni recenti fatti di cronaca, soprattutto di suicidio assistito in cliniche svizzere, hanno rilanciato il dibattito sulle prospettive di introduzione anche nel nostro paese di forme radicali o attenuate di eutanasia. Molti hanno parlato di legislazione oscurantista con riferimento alle norme in vigore da noi, che non permettono la dolce morte, e vietano drasticamente anche l’aiuto o l’istigazione al suicidio. Ma è giusto parlare di norme reazionarie o non in linea con il progresso civile? Forse è bene ricordare intanto che in Parlamento è ancora in corso un’appassionata discussione sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, anche se molti preferiscono parlare di testamento biologico. L’Italia è un paese a forte prevalenza di cattolici per i quali la vita è un dono di Dio. Il ripudio dell’eutanasia è, anche per questo, naturale e radicale. Analogamente, i più rifiutano anche ogni forma di aiuto al suicidio, in base all’opinione prevalente, che si ha diritto alla vita ma non anche alla morte, nel senso che questa si deve accettare come evento naturale inevitabile. Il suicidio però da noi non è punibile neppure a livello di tentativo, ma resta ben fermo che non si può obbligare il medico o un familiare a prestare un aiuto rilevante alla morte o ad affrettarla, perché in tal caso si incorre nel delitto di cui all’art. 580 del codice penale.
Non a caso questo punisce con gravi sanzioni (la reclusione da 5 a 16 anni) sia l’omicidio del consenziente, sia l’aiuto o anche l’istigazione al suicidio (art.579 e 580), e non mi risultano particolari iniziative volte all’abolizione delle due fattispecie. Di più. Il modernissimo codice di deontologia medica dispone inequivocabilmente che il medico, anche se su richiesta esplicita del malato o dei suoi familiari o amici, non deve effettuare né favorire trattamenti diretti a procurare deliberatamente la morte. Inoltre il medico può sospendere il trattamento terapeutico solo in caso di prognosi certamente infausta e di malattia pervenuta alla fase terminale. In pratica può solo astenersi da cure straordinarie, e accettare la situazione di imminente morte, ma sicuramente non può né deve accelerarla.
In ogni caso è certo che il medico giura ed è impegnato per la tutela della vita e della sua qualità, non per la morte. Deve alleviare le sofferenze e, per quanto possibile, garantire un’accettabile qualità della vita, mai troncarla. Questi principi sono superati, oscurantisti, incivili, come si sostiene da alcuni in ossequio a un discutibile modernismo? Non direi proprio. Sotto il profilo giuridico il dibattito si va ora sviluppando attorno al diritto del malato di rifiutare il trattamento propostogli (cosiddetto consenso informato) e sui correlativi obblighi dei medici. Finora il Parlamento ha deciso che la volontà del malato non può giungere fino al punto di rifiutare l’acqua e il cibo (basta ricordare il caso Englaro), e non sembra dubbio che tale opinione sia in maggioranza anche tra la gente comune. In altri termini, la nutrizione e l’idratazione sono e restano obbligatorie, e il medico deve garantirle. Inoltre, alla luce del principio dell’alleanza terapeutica, il malato non può imporre la sua volontà al medico. Questi ha la sua cultura e la sua dignità professionale e non può subire l’imposizione da parte di alcuno, fosse pure il malato che lo ha prescelto. Si pensi solo al caso del malato che si crede erroneamente condannato a morte, e proprio per questo determinato a rinunciare alla vita. Se la volontà del malato prevalesse sempre e in ogni caso, il medico dovrebbe ubbidirgli, ma a me sembra evidente che non si possa imporre al medico curante di abdicare alla lotta, specie se convinto di potere ancora prestare l’assistenza in vista della guarigione o di un miglioramento delle condizioni del paziente. Come si vede, si tratta di una legge difficile e angosciosa. Una volta tanto non mi sento di criticare la politica. Meglio una buona legge, anche se in ritardo, che una legge pur che sia.
Ennio Fortuna
Consigliere Comunale UDC, già procuratore generale a Venezia