Quanti dubbi sul suicidio (assistito) di D’Amico

Panorama
Damiano Iovino

I parenti dubitano che l’ex magistrato morto a Basilea avesse un tumore: temono fosse solo depresso dopo un’accusa infondata di De Magistris. La cremazione è prevista il 22 aprile, ma forse chiederanno l’autopsia. La famiglia dell’ex magistrato Pietro D’Amico, che a 62 anni si è tolto la vita in Svizzera facendo ricorso al suicidio assistito, sta valutando con i propri legali l’ipotesi di chiedere l’autopsia per accertare se davvero il loro congiunto fosse afflitto da un tumore ematico. «Non aveva alcuna malattia grave» afferma il cugino di D’Amico, Pietro Giamborino. «Tre anni fa era svenuto per un attacco di diabete, ma tutto era sotto controllo. La sua vita era stata devastata nel 2007: fu indagato dall’allora pm di Catanzaro Luigi De Magistris, con un’accusa che risultò infondata, e lasciò la magistratura. Forse il suo suicidio nasce dalla depressione. Se avesse avuto un tumore, non ce l’avrebbe nascosto». Inutile chiedere notizie alla dottoressa Erika Preisig, che nel 2011 ha fondato a Basilea il centro Life Circle-Eternal Spirit a cui si è rivolto D’Amico per il suicidio assistito. «Non posso parlare con i giornalisti, ma solo con i parenti di Pietro D’Amico, glielo avevo promesso ha scritto Preisig in un’email a Panorama. «Al fratello di Pietro la dottoressa ha detto solo: “Voleva andare e l’ho lasciato andare, era una persona meravigliosa”» spiega Giamborino. «Ci hanno detto che la salma sarà cremata il 22 aprile, se vogliamo vederla da un vetro dobbiamo pagare 200 euro, 300 se vogliamo entrare nella stanza». Malgrado i dubbi della famiglia, la normativa sul suicidio assistito in Svizzera è in vigore dal 1941 ed è molto severa. «Si può fare solo se c’è una malattia irreversibile, clinicamente accertata» secondo Emilio Coveri, presidente dell’associazione Exit Italia, alla quale D’Amico si era iscritto nel 2007. «Aveva un tumore ematico, è stato due volte dalla dottoressa Preisig che lo ha visitato, prima della decisione definitiva» sostiene Coveri. «Poi il medico ha ordinato il Pentobarbital di sodio in farmacia, l’ha dato al paziente che lo ha preso dopo averlo sciolto in acqua. Tutto è stato filmato. Poi ha chiamato il medico legale, che ha certificato la correttezza della procedura, e la polizia, che lo ha confermato chiudendo l’inchiesta». «Non possiamo escludere che Pietro abbia presentato dei documenti forzati alla clinica svizzera per convincerli ad assisterlo al suicidio, ma perché non ci hanno avvisato prima?» si chiede Giamborino. La risposta se l’è portata nella tomba il raffinato giurista che aveva appena consegnato le bozze del suo ultimo libro. 

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.