
Ho letto con interesse l’articolo di Gilberto Corbellini nello scorso numero e vorrei esprimere una visione più spostata o di lato (come va di moda dire oggi). Il passato che abbiamo alle spalle ha visto un notevole e progressivo interesse per l’economia, perché l’unica regola che ordina gli alfabeti dei vivere si chiama mercato. Già Shakespeare da raffinato intellettuale interpretava la realtà cinquecentesca con questo aforisma sulla vita: «II denaro, dissolutore di ogni vincolo», ripreso poi dal parecchi filosofi sociali, ma sostanziare le dissonanze dei valori è impresa titanica, perché i pruriti parolai non incorporano le pratiche sostanziali. Vale a dire che con le parole approviamo questo sentimento di ostilità verso lo scenario economico-centrico, poi nei fatti quotidiani esigiamo e tramiamo per usufruire di questa fonte primaria per le nostre esigenze. Insomma questo cerchio, tra il voler essere e l’essere, simboleggia la complessa sfaccettatura dei quotidiano, dove nelle fitte trame molte volte siamo in opposizione con noi stessi: in pratica la vera battaglia di Sisifo sta proprio tra l’umanista (idealismo) e il narcisista (realismo). Giuseppe Marcuzzi, Ajello del Friuli.
Ringrazio il lettore per il commento. La condusione a cui egli giunge, cioè che spesso «noi siamo in opposizione con noi stessi», è corroborata da montagne di studi sperimentali. Se poi le diverse psicologie che sono in ognuno di noi siano polarizzabili come umanista/idealista e narcisista/realista non saprei dire. Il narcisismo associato al realismo mi convince però poco. Mentre accade che gli umanisti siano degli idealisti, giacché tendono a cercar significati dove non ce ne sono. La questione del mercato e di come la dimensione dello scambio economico è vissuta in modo ambivalente, ovvero è carica di morale, è oggi abbastanza chiara. Qui consiglio un altro libro pubblicato da IBL nel 2011, cioè Morale e mercato. Storia evolutiva del mondo moderno di Daniel Friedman. Illustra, usando modelli evoluzionistici applicati alle dinamiche economiche, come la dimensione dello scambio di beni abbia modulato e sia stata modulata dai sistemi di valori morali. Per cui, quando si invoca l’etica per l’economia si ignora che le logiche di scambio, in una società, sono già una tra le diverse del funzionamento del codice morale in vigore. Per cui, invece di chiedere un’immissione di etica, forse basterebbe far funzionare davvero il mercato. La storia dei rapporti tra mercato e codici morali, dimostra che essi evolvono in funzione dei contesti economico-politici, grazie alla plasticità comportamentale che consente il nostro cervello. Saperlo, però, non cambia i legami emotivi stabiliti con le regole prevalenti nell’ambiente dove è avvenuta l’evoluzione della nostra specie. Nel senso che i nostri figli non vengono al mondo naturalmente tolleranti o in grado di riconoscere che lo stato di diritto – e il suo presupposto, cioè l’esistenza di un sistema di regole che valorizza le capacità – è essenziale per lo sviluppo sia delle libertà politiche e civili sia dell’economia. Dalla dissonanza tra le nostre predisposizioni e le regole della convivenza civile derivano le «ambivalenze». Ora, le regole che ci hanno sottratto alla povertà economica e morale sono il prodotto dei cambiamenti intervenuti nell’ambiente dello sviluppo psicologico e cognitivo, in modo particolare i metodi di formazione, che reindirizzano le preferenze emotive verso obiettivi funzionali al nuovo contesto sociale. Ma, con buona pace di Martha Nussbaum, l’educazione umanistica non è sufficiente. Se l’economia di libero mercato ha potuto creare e diffondere libertà, benessere e meno diseguaglianze, quindi nuovi codici morali, è stato con il concorso della rivoluzione scientifica, prima, e poi dell’istruzione scientifica scolastica. Piaccia o no, così stanno pressappoco le cose. E sarebbe salutare una consapevolezza culturale delle basi evolutive della moralità e dell’importanza dell’istruzione scientifica e tecnica per valorizzare i nostri migliori istinti al fine di migliorare il benessere e la convivenza sociale. Farebbe bene anche capire quanto sia precario l’equilibrio raggiunto attraverso i collegamenti che si sono creati tra il funzionamento dell’economia di mercato, l’attività di produzione di conoscenza scientifica e innovazione tecnologica e la creazione e manutenzione delle regole che tutelano le libertà. Perché si capirebbe che alcuni sistemi morali sono eticamente superiori ad altri, semplicemente perché danno luogo a interazioni umane che riducono le sofferenze, consentono di vivere più felici e incrementano l’apprezzamento per le condizioni sociali ed economiche del Paese in cui si vive. Con buona pace dei relativisti, se si vuole che sopravvivano i valori della tolleranza, dell’onestà, della prudenza, del lavoro e dell’obbedienza alla legge si devono formare dei cittadini che comprendano come questi valori sono intimamente legati, attraverso feedback positivi reciproci, mediati da istituzioni politiche e giudiziarie liberali e democratiche, a un efficiente sistema educativo e a livelli adeguati di libertà economica.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.