«Nella ricetta del medico rimarrà l’indicazione del principio attivo al posto del farmaco di marca. E’ una norma equilibrata ed efficace sul piano del risparmio. Non si torna indietro. Al massimo ci sarà un chiarimento, ma senza stravolgere la nostra azione». Il ministro della Salute, Renato Balduzzi, non ha smaltito l’irritazione provocata dalla presentazione degli emendamenti bipartisan al decreto sviluppo, emendamenti che vorrebbero smontare la politica di incentivo dei farmaci equivalenti (i cosiddetti generici). Equivalenti, dunque, come indica la parola, perché costituiti dalla stessa molecola di quelli originali scaduti di brevetto, i «griffati». E meno costosi, anche di un paio di euro. Già in diverse occasioni le lobby hanno tentato di cancellare i commi della spending review, il provvedimento di revisione della spesa approvato questa estate, dove per la prima volta è stato introdotto l’obbligo per i medici di prescrivere i farmaci indicando il principio attivo e non la dicitura commerciale. Balduzzi se lo aspettava: «La nuova controffensiva non mi sorprende. Ero al corrente di una forte pressione sul Parlamento da parte di certi settori industriali. Ci avevano già provato durante la riconversione del decreto in legge alla Camera. Sono saliti su ogni treno che passava. Adesso hanno approfittato del decreto sullo Sviluppo, quello dell’agenda digitale». Gli emendamenti presentati giovedì scorso in Commissione industria del Senato sono quattro, firmati da singoli esponenti di Pdl, Udc, Lega e Pd (ma il leader dei democratici Bersani ha preso le distanze dall’iniziativa dei firmatari). Ha dato parere favorevole il sottosegretario allo sviluppo Claudio De Vincenti, rappresentante del governo della Commissione dove martedì alle 18 verrà avviata la votazione degli emendamenti. Ora si sta lavorando alla riformulazione della norma sul principio attivo. C’è tempo fino a lunedì alle 14. Verranno definiti meglio alcuni concetti che, spiega il ministro, «le iniziative parlamentari sembrano sottintendere. La preoccupazione che le ispira è forse quella che noi vogliamo privilegiare gli equivalenti a scapito degli originali». Da parte della Salute non c’è, però, nessuna intenzione di ripristinare il vecchio sistema trasformando in facoltà l’obbligo per il medico di scrivere sulla ricetta il nome chimico del farmaco e di motivare eventualmente una scelta diversa. Tanto più che la politica dell’equivalenza dovrebbe dare risultati ancora più concreti sul piano del risparmio nel 2013. L’Assogenerici, l’associazione delle industrie dedite alla produzione basata sull’equivalenza, ha annunciato un ribasso di prezzi del 5 per cento. Per il ministro «significa 250 milioni in meno. E una strategia premiante come si è visto in altri Paesi dove la querelle generico sì o no è stata superata da anni, a favore della prima». Una delle obiezioni dell’industria riguarda il fatto che l’affermazione del generico non porterebbe vantaggi per il servizio sanitario pubblico visto che la differenza di prezzo con la confezione griffata la paga il cittadino. Balduzzi ritiene non sia un argomento convincente: «Noi abbiamo il compito di tutelare anche il cittadino non solo il Servizio sanitario nazionale. Oltretutto, nei Paesi dove l’equivalente si è affermato è stato ottenuto l’abbassamento generale dei prezzi». Qual è lo spirito della norma che si sta tentando di modificare? «Non c’è alcuna volontà di deprimere le imprese —precisa Balduzzi — ma di favorire la valorizzazione di quelle che si dedicano a produzioni innovative e non vivono di vecchie molecole. Una politica delineata ancora meglio nel decreto sulla razionalizzazione della spesa attraverso la tutela della salute (quello che introduce tra l’altro l’apertura di ambulatori sul territorio con orari no stop dei medici di famiglia)». Ad agosto c’era chi denunciava che il nuovo corso avrebbe creato problemi alla categoria e ai pazienti. Invece tutto è filato liscio.

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