Si può raggiungere un accordo in bioetica su temi che dividono? Il recentissimo parere del Comitato nazionale per la bioetica sull’obiezione di coscienza rappresenta un esempio in cui ciò si è reso possibile, e addirittura su un tema al centro di vivaci polemiche.
Il parere e la riflessione che lo ha accompagnato, anziché rivolgersi a vecchie questioni, hanno orientato lo sguardo verso il futuro nella consapevolezza che il rapporto tra uomo, tecnica e coscienza sarà sempre più messo a cimento nella società pluralista e dalle strutture fortemente organizzate. Le leggi prevedono nuovi diritti in corrispondenza alle nuove tecniche che progressivamente si rendono disponibili, ma ogni diritto implica necessariamente l’imposizione di un dovere a un’altra persona; di qui la possibilità di un conflitto, dentro la coscienza, tra quel dovere legale e un dovere morale avvertito come più forte e comunicabile costituzionalmente essendo in gioco i diritti inviolabili dell’uomo (vita, salute, libertà fisica, identità familiare, ecc.). Pertanto l’obiezione di coscienza non è solo un diritto della persona che affonda le sue radici costituzionali nella libertà di coscienza, ma è anche una istituzione delle democrazie liberali consapevoli che nessuna struttura organizzativa deve operare in modo spersonalizzante, mettendo a tacere la coscienza di chi nel servizio sanitario, nei centri di ricerca, nelle imprese opera quotidianamente nell’esercizio della sua professione. L’obiezione di coscienza non è tuttavia uno strumento per sabotare leggi poste legittimamente da una maggioranza in ambiti molto problematici, è piuttosto un antidoto costituzionale — come l’ha definita Neri — contro la eventuale pretesa della maggioranza di negare la stessa problematicità della questione. L’obiezione di coscienza non deve ledere diritti riconosciuti per legge, e quindi deve essere «sostenibile» mediante una organizzazione di mansioni e reclutamento tale da garantire i servizi promessi senza discriminare obiettori e non obiettori. Ovviamente è una sfida, nella quale come ha riconosciuto il Consiglio d’Europa, l’Italia, a dispetto di certi denigratori, è di esempio.