Il parere approvato a maggioranza. “Ma gli interventi previsti dalla legge vanno assicurati”.
Tutelare l’obiezione di coscienza per garantire il diritto alla vita. Per difendere chi, di fronte ai «diritti inviolabili dell’uomo», e appunto la nascita, la morte, la malattia, pur in presenza di una legge dello Stato, «chiede di poter non adempiere a comandi contrari alla propria coscienza».
Perché questa «disobbedienza», che oggi riguarda in gran parte l’ambito sanitario, e soprattutto l’applicazione della legge 194, «è un diritto costituzionalmente fondato». Anche se poi lo Stato è tenuto a garantire «l’erogazione dei servizi, con attenzione a non discriminare né gli obiettori né i non obiettori…». Sono questi alcuni passaggi del nuovo parere del Comitato nazionale di bioetica sul tema assai controverso dell’obiezione di coscienza. Un documento non approvato all’unanimità ma con una netta maggioranza, e che sarà reso pubblico nei prossimi giorni.
Un parere che farà discutere, visto che proprio negli ultimi mesi si sono susseguiti decine di allarmi sull’enorme numero di medici e paramedici obiettori di coscienza, che stanno rendendo impossibile in molti ospedali italiani l’applicazione della legge sull’aborto. Costringendo le donne a lunghe e dolorose ricerche di un reparto disponibile.
Ma secondo i saggi del Comitato, l’obiezione è invece un diritto costituzionale, così come da tempo chiedono i movimenti pro-life. E Lorenzo D’Avack, giurista e vice presidente del Comitato nazionale di bioetica, spiega che il parere va letto in senso ampio, svincolato, in un certo senso, dagli ambiti in cui oggi si può scegliere l’obiezione di coscienza, e cioè la legge 194, la fecondazione assistita e la vivisezione. «Le nuove sfide della bioetica, che presto dovranno confrontarsi con leggi su temi come eutanasia, testamento biologico, nascita, morte, tutti diritti inviolabili dell’uomo, ci impongono di tutelare chi decide di non "obbedire", senza per questo essere discriminato o punito. Ma lo Stato a sua volta deve garantire cure e servizi a chi li chiede».
Precisa D’Avack: «E’ inaccettabile che in presenza di una legge che legalizza l’aborto, in un ospedale non ci sia nessun medico non obiettore. E se si verificasse una situazione di questo tipo, a mio parere deve essere privilegiato il diritto della donna che chiede di abortire, rispetto al diritto dell’obiettore…».
Il crinale è sottile. Il Comitato cerca di mantenere una linea equidistante, definisce l’obiezione un principio «democratico», «in quanto preserva il carattere problematico delle questioni inerenti alla tutela dei diritti fondamentali, senza vincolarle al potere delle maggioranze».
Ma la pressione sempre più forte dei movimenti per la vita, il boicottaggio nei consultori contro chi chiede i certificati per abortire o la pillola del giorno dopo, l’emarginazione dei pochi medici che ancora resistono nei reparti di Ivg, rischia di trasformare l’obiezione di coscienza nel pretesto per abolire la legge 194.