“Incredibile: i cattolici contro l’etica del dono”

Il Fatto Quotidiano
Carlo Flamigni

 Cosa c’è di odioso in una paternità che si basa su un principio così semplice: sono tuo padre perché ti sto vicino e faccio fronte ai tuoi bisogni?". Il professor Carlo Flamigni, ginecologo, membro del Comitato nazionale di Bioetica, presidente onorario dell’Aied, una vita spesa per aiutare le donne ad avere figli, appena si nominano la Legge 40 e il divieto di fecondazione eterologa diventa un fiume in piena. Professore, ha visto l’avvertimento dell’Avvenire in vista del pronunciamento della Consulta sull’eterologa? Io ai cattolici vorrei dire solo una cosa: quando in Italia c’erano le donazioni, erano donazioni vere. Uomini e donne non hanno mai percepito una lira. A volte ci restavano ovociti di donne che avevano fatto la fecondazione con successo e non sapevamo che farne. Così chiedevamo loro se erano disponibili a donarle. Trovo insopportabile fare una battaglia contro l’etica del dono. Cosa è accaduto in questi otto anni di divieto? Che le coppie hanno continuato ad andare all’estero. E che spesso, per risparmiare sui viaggi e sulle pratiche cliniche, che possono essere molto lunghe e ripetersi nel tempo, si sono rivolte a centri poco sicuri. Una coppia ha scritto di recente a Napolitano: erano stati a Cipro, ora hanno un figlio affetto da una patologia genetica. Questa gente andrebbe difesa. Io ho proposto di aprire un centro a San Marino, dove essere sottoposti gratuitamente all’eterologa. Per i medici non sarebbe un grosso danno. Ma se la Consulta dovesse eliminare il divieto la settimana prossima, non si rischierebbero speculazioni? No, basterebbe fare delle semplicissime linee guida: le donazioni si fanno nei centri pubblici, si stabilisce un numero massimo di donazioni per donatore, nessuno ci guadagna. Vede, io sono un vecchio comunista: a me stimolare una donna a donare gli ovuli in cambio di soldi fa ripugnanza. Quale pronunciamento si aspetta? Guardi, io sono pessimista vivendo in questo Paese. Però faccio io una domanda: cosa c’è di odioso in una paternità che si basa su un principio così semplice: sono tuo padre perché ti sto vicino e faccio fronte ai tuoi bisogni? Negare questa possibilità è un atto di malignità e di cattiveria.