Sul Corriere della Sera del 3 maggio 2011 Paolo Mieli recensisce il libro di Andrea Possieri, che racconta come è avvenuto, passo dopo passo, il cambiamento di senso comune sui temi bioetici (così il titolo del suo saggio che esce nel libro, curato da Lucetta Scaraffia, Bioetica come storia. Come cambia il modo di affrontare le questioni bioetiche nel tempo, per le edizioni Lindau). Finalmente viene aperto un dibattito che negli anni ’70 vide contrapposte le posizioni dei radicali di Marco Pannella a quelle della rivista Noi Donne , espressione dell’Unione donne italiane, organizzazione collaterale al Pci.
Nella recensione (non ho ancora avuto modo di leggere il libro) si legge: “In realtà qualcosa aveva già cominciato a muoversi tra il 1967 – all’epoca della commercializzazione (ma solo a scopo terapeutico) della pillola anticoncezionale di Pincus – e il 1968, anno del movimento studentesco nonché dell’enciclica di Paolo VI Humanae Vitae, che condannava ogni forma di controllo delle nascite. "Noi Donne" – fino a quel momento incentrata sulle tradizionali rivendicazioni emancipazioniste – cominciò ad occuparsi dei temi relativi alla cosiddetta "maternità consapevole": fecondazione in provetta, coppie di fatto. Fu in quel momento che un deputato socialista, Gianni Usvardi, iniziò una battaglia per cancellare il divieto di far propaganda a favore del controllo delle nascite.
Affiancato in ciò dall’Associazione italiana per l’educazione demografica (nata a Milano nel 1953) presieduta da Luigi De Marchi. E soprattutto dal Partito radicale di Marco Pannella, al quale De Marchi aveva aderito. Nel marzo del 1971 la Corte costituzionale stabilì l’incostituzionalità dell’articolo 553 del codice penale, che vietava la propaganda e l’uso di qualsiasi mezzo contraccettivo, prevedendo fino a un anno di reclusione per chi si fosse reso responsabile di tale reato. Quella sentenza determinò una svolta.”
Continua Mieli: ”Nell’agosto del 1980, quando ormai si capisce che il referendum sull’aborto non può più essere evitato, "Donne e Politica" pubblica un dossier sul tema in questione, preceduto da un duro editoriale della Seroni contro "radicali e clericali", contro Marco Pannella e Carlo Casini, accusati di aver voluto il referendum con "argomentazioni assai diverse" ma con un obiettivo comune: "la distruzione o il profondo snaturamento della legge sull’aborto". "Noi Donne", invece, si distingue per la capacità di portare in primo piano i temi bioetici… e continua “ Al referendum del 1981, come era già accaduto nel 1974 per il divorzio, il fronte laico vince. "Noi Donne" esulta. Solo nell’aprile del 1982 allorché presso l’Accademia delle Scienze di Parigi il professor Etienne-Emile Baulieu, allievo di Pincus, presenta la pillola Ru486 che "sostituendosi al progesterone" impedisce che l’ovulo fecondato si impianti "nell’utero", solo in quel momento il periodico dell’Udi solleva dubbi. Dubbi di ordine etico, perché "con questi preparati l’aborto sarebbe interamente gestito dalla donna, senza ospedalizzazione, senza traumi fisici, senza interferenze mediche, senza giudizi di chicchessia", quindi si sarebbe potuto correre il rischio di tornare all’aborto "privato" e di "perdere quanto dolorosamente e faticosamente" le donne avevano conquistato attraverso la legge sull’interruzione di gravidanza.
Mi fermo qui. Per dire che a distanza di 30 anni esatti da quel referendum, se fosse passata la proposta radicale, non solo l’IVG (Interruzione volontaria della gravidanza) sarebbe considerata alla stregua di qualunque altro atto medico-chirurgico, ottenibile nel nostro paese, in regime di assistenza pubblica o di assistenza privata, ma si sarebbe sganciata dai lacci e lacciuoli di un sistema di sanità pubblica che, quando incapace di far fronte alle richieste dei cittadini si limita a dire al paziente “si arrangi”. Che sta a significare nella maggior parte dei casi = paga, ma in questo – unico- caso, vatti a trovare un altro posto. Che non c’è. Per esempio per la donna immigrata che non ha accesso alle strutture alternative e che dovrà aspettare che l’intervento avvenga in un’epoca avanzata della gravidanza, in barba alle raccomandazioni di tutte le linee guida che indicano come meno pericoloso l’intervento effettuato il più precocemente possibile. Riguardo alla pillola abortiva, salutata allora da Noi Donne con “dubbi etici”, ecco che siamo, a trentanni esatti da quel dibattito, in qualità di medici, a sentirci “handicappati” rispetto a tutti gli altri paesi in cui l’IVG è legalizzata per l’impossibilità di applicare il metodo farmacologico in alternativa al metodo chirurgico nonostante l’approvazione del farmaco nel nostro paese dal 2009, ed alle raccomandazioni di agenzie internazionali quali l’Organizzazione Mondiale della Sanità. I protocolli regionali (vedi Regione Lazio) prevedono condizioni che rendono sostanzialmente impraticabile la procedura, dal momento che si prevedono posti letto “dedicati” in un momento n storico in cui la Regione non fa altro che tagliare i posti letto.
La vittoria del referendum radicale avrebbe significato l’equiparazione dell’IVG ad un qualunque atto medico. L’inserimento della procedura nell’ambito – ANCHE – della medicina privata, avrebbe reso vano l’insostenibile dato dell’obiezione di coscienza nel nostro paese, giunta ormai, secondo i dati del Ministero della Salute al 70% negli ultimi anni. L’dea che la donna si sarebbe sentita “più protetta” dall’ombrello “statale” si è rivelata infondata e giustifica le cifre insostenibili di un paese, che seppure con un tasso di abortività in costante declino, con buona pace di chi sosteneva che la legalizzazione dell’aborto ne avrebbe rappresentato l’incentivazione, ha ancora un alto tasso di IVG chirurgiche effettuate in epoche troppo avanzate e senza nessuna alternativa non chirurgica.
Peccato che Noi Donne non prosegua il dibattito. E le “altre” donne?