Beta-talassemia, la svolta delle staminali

Dieci anni di sperimentazione preclinica e altrettanti di lavoro clinico: questo l’impegno che sta dietro l’importante successo terapeutico ottenuto presso il Dipartimento di bioterapia dell’Ospedale pediatrico Necker di Parigi.

Grazie a un trapianto di staminali corrette geneticamente, un paziente affetto da beta talassemia da tre anni ha ripristinato la normale produzione di sangue evitando le trasfusioni che rappresentano in questi casi l’unica via terapeutica. La betatalassemia è infatti una malattia ereditaria molto diffusa caratterizzata da un’insufficiente produzione di emoglobina. Il difetto è dato da una mutazione del gene delle beta-globine, che insieme alle alfa-globine, formano la molecola e, nelle forme più gravi, solo ripetute trasfusioni assicurano ai pazienti affetti la sopravvivenza.

In Francia da 25 anni, la pediatra ed ematologa Marina Cavazzana – Calvo ha guidato il team che ha raggiunto questo risultato. «Siamo lieti di annunciarlo dopo anni di sperimentazione e di ricerca – afferma – e ora più che mai proseguiamo per perfezionare la strategia ed estendere lo studio ad altri pazienti». La tecnica utilizzata è un vero e proprio protocollo di terapia genica: si isolano le staminali del midollo osseo del paziente e in laboratorio si mettono in contatto con il vettore contenente il gene sano da inserire nel Dna della cellula. In questo protocollo, il vettore utilizzato è di origine virale, prelevato dal virus dell’immunodeficienza umana che non è noto per generare patologie maligne, ossia portare alla trasformazione tumorale una volta inserito. Ne sono stati rivelati, cioè, pochi casi di «mutagenesi inserzionale». Le cellule così modificate vengono osservate per un mese e sottoposte ai vari controlli di sicurezza. Al paziente, infine, vengono reinfuse dopo chemioterapia per disattivare il suo midollo osseo.

«Tre anni di guarigione sono tanti ma occorre continuare il monitoraggio», prosegue la ricercatrice. «Non si può escludere, purtroppo, in assoluto il rischio che l’introduzione del gene con un vettore virale comporta nel tempo, ossia eventuali effetti come la trasformazione in senso oncogeno della cellula. Il nostro paziente ha stabilizzato il clone "buono" che produce emoglobina sana e questo è un dato incoraggiante». Da diversi anni, ormai, il contributo delle staminali per la cura di malattie genetiche si fa sempre più consistente: in primo luogo per le malattie ereditarie del midollo osseo come le immunodeficienze congenite, la leucodistrofia metacromatica nell’ambito delle patologie neurodegenerative, in quelle distrofiche della pelle come l’epidermolisi bollosa, o varie forme di retinite. In tutti questi casi, il sogno della terapia genica, cioè di curare gravi malattie su base ereditaria iniettando i geni "giusti", è diventato realtà e gli avanzamenti proseguono.

«I progressi sono stati veramente grandi su questo fronte – continua Cavazzano – e per quanto riguarda la nostra linea di ricerca abbiamo ottenuto l’autorizzazione a trattare altri 5 pazienti affetti da beta-talassemia e 5 da anemia falciforme. É importante riprodurre il successo terapeutico sul maggior numero possibile di pazienti. Un limite da superare è quello che occorrono tanti millilitri di vettore per trattamento e quindi si dovrà trovare il modo per produrlo su scala semiindustriale». L a strada della diagnosi prenatale in coppie con uno o entrambi i genitori portatori sani o malati di talassemia viene spesso caldeggiata – e per gli stessi motivi anche la diagnosi preimpianto -, ma la ricerca scientifica sta aumentando i mezzi di cura anche a chi nasce malato con la certezza, con un miglioramento continuo delle terapie possibili.

 

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