Mercato e valutazione, i tabù dell’Università italiana

Il Congresso online dell’Associazione Luca Coscioni mantiene i riflettori puntati sul mondo della Ricerca e dell’Università; il microfono virtuale passa a Piergiorgio Strata, copresidente dell’associazione e professore di neurofisiologia.
In qualità di direttore dello European Brain Research Institute Strata ha vissuto recentemente sulla propria pelle gli effetti di un curioso prodotto della fervida burocrazia italiana dal nome oscuro ai più. Si tratta della “perenzione amministrativa”, un meccanismo giuridico in base al quale, allo scadere dei tre anni dallo stanziamento, i fondi pubblici inutilizzati rientrano automaticamente nelle casse del Tesoro. Il limite temporale portato da sette a tre anni dall’allora ministro Tommaso Padoa-Schioppa ha messo a terra la ricerca di base italiana.
Come per la sanità il problema principale non riguarda l’entità dei finanziamenti, ma il modo in cui vengono impiegati i soldi dei contribuenti. A ben vedere, l’Italia non investe molto meno di altri Paesi, ma il divario dei risultati è abissale. Il criterio guida della riforma, secondo Strata, dovrebbe essere la “valutazione”: valutazione nel reclutamento dei ricercatori, nella scelta dei progetti da finanziare e delle strutture. Del resto, la Commissione Europea ha individuato nella frammentazione delle strutture la causa della debole capacità di attrazione delle università italiane.
Per responsabilizzare le università, è necessaria un’iniezione di mercato perché “libertà di ricerca è anche libertà di competere”. L’abolizione dei concorsi pubblici, la ripartizione meritocratica del fondo ordinario, l’eliminazione degli sprechi burocratici a partire dalle facoltà, centro delle manovre spartitorie. Strata ha le idee chiare. Speriamo che qualcuno lo ascolti.