Il fine vita tra diritto e libertà

Lorenzo Guzzo

libertà di scegliereDalle ultime, tragiche ore di Eluana Englaro fino ad oggi, l`iter della legge sul "fine vita" e il testamento biologico tiene banco sulla scena politica italiana. Nel Pd, proprio su questo tema, si gioca almeno una porzione della corsa alla segreteria; il Pdl, all`interno di uno schieramento che sembrava monolitico, registra ora illustri distinguo; l`opinione pubblica resta sull`uscio, a osservare lo stucchevole balletto dei partiti. Al fondo di tutto, però, il problema non è politico ma necessariamente filosofico.

Tutta la questione ruota attorno a un punto centrale: se la vita sta all`uomo o riflette una dimensione superiore, trascendente. Nel primo caso dal principio morale discende la regola pratica per cui ognuno è libero di "usare" la propria vita come meglio crede, nel secondo caso l`uomo è il semplice "concessionario" della sua vita, l`ha ottenuta "in prestito" e non può disporne a piacimento. Intorno a queste due tesi, più o meno chiaramente espresse, si articola da mesi un dibattito aspro e ingarbugliato, che ha chiamato in causa di volta in volta lo Stato etico, l`eutanasia, la dignità della persona e il diritto alla vita.

Al momento ritrovare il bandolo della matassa è impresa alquanto ardua. Per farlo bisogna innanzitutto sgomberare il campo da un equivoco. Una cosa è il testamento biologico, un`altra è decidere per via giudiziaria di "lasciar morire" una persona. La libertà (e la correlativa responsabilità) è personale e intrasferibile. Il fatto che un parente prossimo chieda di staccare la spina a un malato o di sospendere l`alimentazione a un individuo affetto da gravissima disabilità turba già la coscienza; ma che sia un tribunale a decidere il "fine vita", sulla base dello stile di vita e della personalità del soggetto, appare una forzatura bella e buona. Il vuoto della legislazione italiana ha consentito anche questo e una legge in materia, qualsiasi ne sia il contenuto specifico, deve in primo luogo evitare che un caso del genere si ripeta. Entro questi confini il dibattito si chiarifica. Alcuni, fuori e dentro il Parlamento italiano, sostengono che i cittadini dovrebbero essere lasciati liberi di decidere come e quando morire; altri (a quanto pare la maggioranza) sono orientati a piantare dei "paletti" invalicabili per limitare l`autodeterminazione dell`individuo. primo fra tutti il divieto di sospendere "in ogni caso" l`alimentazione e l`idratazione artificiale. I sostenitori di questo progetto hanno dispiegato un raffinato armamentario politico e filosofico a sostegno delle proprie tesi. E non si può escludere che abbiano colto nel segno. Vi sono fondati motivi per ritenere che davvero affidare la vita alla piena determinazione dell`individuo sia un atto di "totalitarismo antropologico", che pretendere di stabilire, adesso e per sempre, cosa sia la propria vita e fino a che punto valga la pena viverla e di proiettarsi con la ragione e la fantasia a un momento che, per definizione, è "escatologico" e "sovrumano", sia un conato di folle determinismo. Anche accogliendo questa visione, però, resta qualche perplessità. Che, lontano alati domini della filosofia, si esprime in un paio di riflessioni di senso comune. Innanzitutto, siamo sicuri che "difendere la vita" sia una scelta che spetta allo Stato e alla politica? O è più giusto che tale scelta sia lasciata alla cultura e alla coscienza, nel rispetto formale della logica democratica? Democrazia è partecipazione e responsabilità individuale: una legge decisionista e restrittiva forse non rende appieno giustizia a questo principio. C`è di più: non si potrebbe ipotizzare, per temi etici così cruciali, un`attenuazione della funzione rappresentativa del Parlamento? Non si potrebbero chiamare tutti i cittadini a esprimere, consapevolmente e responsabilmente il proprio parere attraverso una consultazione popolare? Non si evirerebbero forse strumentalizzazioni e mistificazioni, ma almeno ciascuno si lascerebbe fuorviare a suo nome e per suo conto. C`è chi, a proposito della legge sul fine vita concepita dall`attuale maggioranza, parla di baluardo, di "punto di tenuta" contro la corruzione dei valori e il relativismo morale.

Si può accettare… Sennonché l`idea di punto di tenuta fa il paio con quella di "resistenza": lotta contro le tendenze emergenti da parte di una cultura in declino. Più che alla resistenza, alla conservazione (magari sacrosanta) di principi già ampiamente corrosi, bisognerebbe forse puntare sulla "riscoperta" dei valori, mirare decisi al "risveglio delle coscienze". E questa la battaglia di chi non si accontenta di salvare il salvabile, ma aspira a rilanciare la partita. Una battaglia che non si conduce preferibilmente con gli strumenti coercitivi dei diritti, a colpi di leggi, dello Stato liberale (che da Locke in poi dovrebbe garantire la "libertà di coscienza" dei cittadini); ma al contrario va combattuta, con chiarezza e coraggio, sul terreno della cultura, in nome dei valori cristiani o di una "sana" morale laica.

Sbagliato, nell`atteggiamento della maggioranza, non è l`oggetto, ma il modo; non il contenuto, ma la forma. Lasciare a ogni cittadino la facoltà di stabilire in che caso e a quali condizioni morire, e in sostanza di progettare la sua morte, potrebbe essere una dichiarazione di resa al razionalismo determinista e all`ingegneria antropologica, ma negare questo ventaglio di possibilità è un peccato di sfiducia contro l`uomo e le dottrine che possono far breccia nella sua coscienza, a cominciare dalla religione. Un laico ignorante direbbe: "Date a Cesare quel che è di cesare e a Dio quel che è di Dio". Lasciate che lo Stato operi nei campi che gli competono e che Dio, la morale, l`amore e la responsabilità dell`amore parlino alle coscienze.