Moana Pozzi«Antonio, ti chiedo di farmi una promessa per una cosa che richiede tanto amore e sacrificio. Arriverà un momento in cui non sarò più in grado di potermi difendere e la mente sarà offuscata e il mio corpo sarà torturato e usato contro il mio volere. Non voglio trovarmi in un letto con tubi dappertutto e non sarò più padrona di me stessa. Allora dovrai aiutarmi ad andare, dovrai mettere fine alle mie sofferenze. So di chiederti molto ma so anche che tu capisci e sai che lo voglio, non mi lasciare sola ora, non mi abbandonare, promettimelo».
«Cerco di dissuadere Moana, cercando un appiglio qualunque, una alternativa, una possibilità all’inevitabile. Ma più cerco un appiglio più prende forma la vera, cruda, brutale realtà. Il tempo è compiuto e illudersi non porta nulla. Le prometto che non resterà mai sola e che manterrò la promessa, farò quello che mi ha chiesto e sarà lei a farmi capire quando».
«Ti voglio bene Antonio, ti amo. Mi mancherai e mi mancherà tutto quello che abbiamo fatto insieme. Sono stanca, mi rendo conto di non essere più me stessa… aiutami, proteggimi e metti fine alle sofferenze. Il momento che tu onori la promessa è arrivato».
«Io e Moana restiamo vicini e ci stringiamo, in silenzio. Sappiamo tutti e due cosa sta per accadere. L’infermiera ci trova abbracciati, dice che è ora di dormire. Quando esce ci guardiamo, ci abbracciamo, i baci sono un addio. Poco dopo si addormenta tra le mie braccia. Facendo entrare piccole bolle d’aria attraverso il tubicino della flebo lei non si accorge che la vita l’abbandona. E con essa anche le sofferenze».
Lione, clinica “Hotel de Dieu”. E’ la notte del 15 settembre del 1994. Nel libro che ha scritto e che sta per essere pubblicato, così Antonio Di Ciesco, il marito, racconta perché e come aiutò Moana Pozzi a morire. Eutanasia, ecco dunque dopo 13 anni da quel 15 settembre la verità, clamorosa. Era stata colpita da un tumore al fegato, fulminante, devastante, invasivo: quando i medici dell’ospedale di Lione le fecero sapere che non c’era alcuna speranza, che la sua vita era appesa per qualche mese ancora, non di più, lei volle smettere di vivere prima di imboccare il tunnel del martirio finale.E la “prova d’amore” la chiese a Antonio Di Ciesco, quel giovanotto romano che aveva conosciuto tre anni prima, nel giugno del 1991, a Lampedusa, dove lei era andata spinta dalla sua passione per le immersioni e dove lui invece sbarcava l’estate come istruttore sub. Fu quasi amore a prima vista. Al ritorno Antonio si trasferì nell’attico di Moana, sulla Cassia. La loro storia d’amore fin dal principio però fu clandestina. Anche quando qualche mese dopo, volarono a Las Vegas dove si sposarono, 27 anni lui, 30 lei. Per tutti Antonio era il fedelissimo assistente di Moana, sempre al suo fianco. Il segreto del loro matrimonio fu svelato proprio dal Messaggero in occasione della morte di Moana.
Antonio Di Ciesco perché tutta quella segretezza?
«Perché era talmente bello stare insieme senza che nessuno lo sapesse, una specie di gioco, un segreto tutto nostro che serviva anche a proteggere la nostra vita privata, la nostra felicità… la mia famiglia però lo sapeva che ci eravamo sposati e Moana l’aveva detto alla mamma».E ora, parliamo della morte di Moana Pozzi.
Quando si accorse di avere un tumore?
«Non subito. Nell’estate del 1994, noi andammo a fare un viaggio in India. Moana era affascinata da quel paese e non ci era mai stata, volle conoscere anche un santone… In India però Moana stette male, in particolare disturbi gastrointestinali… ma non ci preoccupammo tanto,eravamo in India, era quasi normale. E infatti non interrompemmo il viaggio che durò in tutto quasi un mese. Quando tornammo a Roma però stava ancora male, non si era ripresa, era dimagrita, debolissima».
E allora andaste in ospedale?
«Non a Roma però, perché Moana non voleva assolutamente che girasse la notizia di Moana in ospedale, Moana ammalata, voleva la massima riservatezza…». E avete deciso andare in Francia, a Lione.
«Sì, nell’ospedale di Lione dove Moana periodicamente andava per normali controlli di routine. Lì fece una serie di analisi, accertamenti e approfondite ricerche. Alla fine la diagnosi, un verdetto terribile:tumore al fegato, dilagante…».I medici dettero qualche speranza?
«Poche, però informarono Moana che avrebbero comunque provato con la chemioterapia… vediamo come reagisce, ci dissero».
E quali furono i risultati?
«I risultati furono nulli, non ci fu alcun miglioramento come se la chemioterapia non l’avesse mai fatta». E Moana che reazione ebbe?«Volle parlare con il primario, al colloquio c’ero anch’io. E gli disse: professore, voglio la verità, tutta la verità. Sia sincero fino in fondo, quanto mi resta da vivere? Il professore rispose: due, tre mesi…».
A quel punto?
«A quel punto Moana si rese conto che per lei era finita e che era anche inutile accanirsi con le cure»
E le chiese subito di aiutarla a morire?
«No, qualche giorno dopo, in ospedale. E me lo chiese più o meno con le parole che poi ho usato nel libro… il suo cuore smise di battere che era l’alba».
Sarà stato un momento terribile, drammatico…
«Devo dire che è stata una decisione presa con serenità, se mi è concesso di usare la parola serenità in un momento così. Il nostro era un legame fortissimo, carico di amore e proprio l’affetto profondo che ci legava mi ha permesso di condividere la decisione che lei considerava inevitabile, l’unica».
Antonio Di Ciesco lo rifarebbe quello che ha fatto?
«Sì, non ho cambiato idea, non mi sono pentito. E’ stata una scelta giusta, che mi è costata ma non c’era rimedio…».
Perché raccontarla solo oggi la verità, dopo 13 anni?
«Per mettere la parola fine sui misteri della morte di Moana, specie sulla leggenda che non fosse morta ma solo sparita volontariamente. Quando lessi sui giornali che addirittura era stata aperta una inchiesta sulla misteriosa morte, dissi: basta, ora racconto la verità».
Domanda cattiva. Un libro oggi per far parlare di sé, per magari fare un po’ di soldi con il libro?
«Non avrei aspettato tredici anni se fossero stati questi i motivi».
E’ consapevole che dopo questa intervista potrebbe essere convocato da un magistrato, magari anche denunciato, l’eutanasia è ancora un reato in Italia…
«Sono consapevole. Sono sereno e al magistrato non potrei che confermare quello che dico ora. Non credo di aver fatto niente di male, ho solo rispettato la volontà di Moana, una scelta che ho condiviso. L’eutanasia è una possibilità che dovrebbe essere concessa a tutti in casi estremi come quello di Moana, la mia Bambi… sì, nell’intimità la chiamavo così, perché era un cucciolo, dolcissimo, era una donna speciale, l’amavano tutti, le chiedevano gli autografi anche i bambini, era pulita, perbene, sincera, era bellissima…».
Glielo ripeto, nel suo interesse. E’ consapevole che in qualche modo si sta autodenunciando? «Glielo ripeto, sono sereno e pronto a confermare tutto al magistrato».
Antonio Di Ciesco nel libro racconta anche che Moana fu cremata a Lione al Cimitiere de la Guillotiere. E le ceneri furono prese in consegna dall’allora compagno della madre di Moana, la signora Giovanna. Di Moana Antonio conserva solo la sua macchina, la famosa Mercedes nera interni di pelle rossa, data di immatricolazione 1977. Moana Pozzi, una leggenda ora senza più misteri.