A giudicare dal tempo che sta impiegando per rinnovare il Comitato nazionale di bioetica scaduto il 15 giugno, è evidente che il governo Prodi considera la questione un dettaglio marginale. Poteva farne almeno un dettaglio di qualità, invece ne sta facendo un dettaglio diabolico. Nella parte del diavolo c’è Stefano Rodotà, U nome più naturalmente accreditato, in base ai parametri della competenza, per ridare dignità alla presidenza del Comitato, a dir poco svilita dall’uscente Francesco D’Agostino, cattolico coi paraocchi che diede il meglio di sé ai tempi della legge e del referendum sulla procreazione assistita. Ma i parametri della competenza fanno notoriamente a pugni con quelli del mercato politico delle nomine. Tanto più se il mercato delle nomine è quello interno alla variegata maggioranza di centrosinistra. E all’interno della variegata maggioranza di centrosinistra, ai teodem della Margherita Rodotà pare «troppo laico»: le diable probablement, come nel vecchio film di Bresson. Da scacciare con l’acqua santa. Ovvero con la riconferma, neanche a dirsi, di D’Agostino, che alcune indiscrezioni danno ormai per fatta.
Pare però che dobbiamo lo stesso tirare un respiro di sollievo: poteva andare peggio, fra i candidati possibili c’era pure Paola Binetti, che oltretutto può accampare il fatto di essere una donna, svantaggio che in tempi pari-opportunisti e quotisti può ribaltarsi in vantaggio. Ma anche da questo punto di vista, non c’è quasi niente di nuovo né sul fronte occidentale né su quello orientale. Due deputate diessine, Franca Chiaromonte e Katia Zanotti, scrivono in una nota che «è tempo di considerare concretamente percorribile la proposta di una donna alla presidenza del Comitato», sottolineando però, a scanso di Binetti, che l’intera composizione del Comitato va saldamente ancorata al principio della laicità dello stato. Da Forza Italia altre cinque parlamentari replicano che una donna va bene, ma «non a tutti i costi», perché l’importante è trovare un nome che dia «garanzie di professionalità, competenza e capacità dirigenziali». Di nomi così ce ne sono anche femminili, anzi femministi, di quel femminismo che si occupa di bioetica da ben prima che nascessero i comitati e le consulte. Il Prc ne ha indicati ben quattro – Grazia Zuffa, ex senatrice Pci-Pds; Monica Toraldo di Francia, filosofo ed esperta di bioetica; Tamar Pitch, filosofa del diritto; Maria Grazia Gianmarinaro, giurista – tutte e quattro esperte di bioetica, tutte e quattro con i titoli scientifici a posto, tutte e quattro, come sottolinea Maria Luisa Boccia per il coordinamento delle parlamentari Prc, in grado di individuare la linea vera del conlitto, che specie nel campo della procreazione passa più per al differenza sessuale che per la differenza fra laici e cattolici. Ma è facile che non se ne feccia niente, perché «la soggettività critica femminile», come la chiama Boccia, non è lottizzabile fra le differenze che contano: quelle fra teodem e riformisti, fra prodiani e dalemiani e via dicendo. Delle quali differenze bisognerà pur tener conto: come dare a un laico anche la presidenza del Comitato, se laici sono già cinque eminenti ministri come Mussi, D’Alema, Bersani, Bonino, Turco? Con la laicità dello Stato è meglio non esagerare.
Giova ricordare che il governo Prodi esordì con la sceneggiata della reprimenda del premier contro il ministro della ricerca, reo di aver tolto il veto dell’Italia dal progetto europeo di ricerca sulle staminali. Seguì la formazione di un altro comitatino detto consulta, questa volte interno alla maggioranza e presieduto da Giuliano Amato, col compito pleonastico e impossibile di mettere d’accordo l’anima laica e quella papalina del governo. Il buongiorno si vede dal mattino, e dal mattino l’avevamo visto.