Diritti e bioetica: ritorna la politica

di Vittoria Franco
Brava Rosy. La neoministro della Famiglia è partita col tono e con gli argomenti giusti su almeno due dei temi di cui il governo e il Parlamento non potranno non occuparsi: le unioni civili e la modifica della legge 40 sulla fecondazione assistita.

Sul primo ribadisce la necessità di un riconoscimento giuridico pubblico, sul secondo la necessità di rivedere la legge. Le sue riflessioni sono tanto più importanti in quanto presentate come dichiarazioni programmatiche da un ministro della Repubblica che si accinge ad affrontare problemi con rilevanti implicazioni etiche.

Il dibattito su entrambe le questioni è peraltro aperto ormai da tempo. Conosciamo tutte le posizioni in campo. Sulla legge 40 abbiamo addirittura affrontato un referendum, il cui esito non è valido dal momento che non si è raggiunto il quorum. La questione può ora ritornare al Parlamento. Ricordo bene le argomentazioni di molti di coloro che si dichiaravano a favore dell’astensione: «è una questione troppo complessa e delicata per essere materia da referendum. Se ne occupi il Parlamento». Ora ci siamo.

Vi sono disegni di legge già depositati; occorre avviare un confronto serio fra tutte le posizioni politiche e culturali per arrivare a un testo condiviso, di taglio europeo, rispettoso di tutte le posizioni etiche e religiose, ma soprattutto di diritti fondamentali come il diritto alla genitorialità e alla salute della donna, della coppia e del nascituro. E bastato poco più di un annodi applicazione per registrare una diminuzione delle nascite e un aumento del turismo procreativo, con relativa lievitazione dei costi. Quando il desiderio di maternità e di paternità è forte non vi sono restrizioni che tengano.

Anche sulle unioni civili l’opinione pubblica è matura per una legge clic sancisca il riconoscimento giuridico di diritti fondamentali a chi sceglie di vivere in coppia, indipendentemente – come recita anche il programma dell’Unione – dall’«orientamento sessuale dei conviventi». Non è il matrimonio fra gay, non è la linea spagnola. E semplicemente (ma quanto importante sul piano della civiltà delle relazioni!) il riconoscimento giuridico di diritti a chi decide – e sono sempre di più – di non sancire col vincolo del matrimonio la propria scelta di amore o a persone dello stesso sesso che al matrimonio non possono ricorrere. Sia per la fecondazione assistita che per le unioni civili si tratta di fare leggi più umane e solidali. Mi spiego proprio con il desiderio di umanità e solidarietà il fatto che anche il 70% dei cattolici approva una legge sui Pacs. E il prendere atto responsabilmente da parte delle istituzioni legislative che il mondo cambia, che anche la famiglia è mutata; che le relazioni fra gli individui sono improntate a mia maggiore lealtà. Ma più ancora, vorrei sottolineare il presupposto etico-politico di questi spunti di riflessione: la rivendicazione dell’autonomia della politica. Noi non abbiamo mai messo in discussione la legittimità della Chiesa di diffondere valori e principi del cattolicesimo.

Desta invece preoccupazione la scarsa autonomia della politica soprattutto nell’atto legislativo, che è l’atto che richiede massimamente che si privilegi l’etica della responsabilità rispetto all’etica dei principi. Quando la politica abdica all’esercizio dell’autonomia, crea infatti lo spazio per l’antipolitica o per la riduzione della sovranità democratica, limita la sfera della decisione laica e plurale del legislatore. Anche su questo fronte si apre una nuova stagione: riconquistare autorevolezza alla politica proprio su questioni con rilevanti implicazioni etiche, senza scontri ideologici, ma con la volontà di risolvere problemi concreti, reali, con soluzioni che riescano a ridurre sofferenza, procurare benessere, ampliare la sfera dei diritti.