Nei giorni scorsi la Human Fertilisation and Embryology Authority (HFEA), la commissione che in Gran Bretagna si occupa di fertilizzazione umana ed embriologia, ha autorizzato un gruppo di ricercatori dell’università di Newcastle a sperimentare sull’uomo una tecnica di «trasferimento nucleare» che ha avuto successo sui topi e che potrebbe risultare una buona cura preventiva per una serie di malattie genetiche causate dal cosiddetto «Dna mitocondriale». Alcuni hanno già gridato allo scandalo, soprattutto in Italia. Si tratta, dicono, di clonazione umana. E, per di più, riproduttiva. L’autorizzazione va ritirata.
La reazione era prevedibile. Il «trasferimento di nucleo» è la tecnica che fu usata nel 1986 per la clonazione della pecora Dolly e da allora è associata, in maniera automatica, alla parola e al concetto di clonazione. E poiché la clonazione umana è da molti considerata un tabù – una sorta di male assoluto da esorcizzare sempre e comunque – molti, innescando i soliti automatismi, si sono affrettati a condannare la nuova autorizzazione concessa dalla HFEA.
In realtà gli esperimenti che gli scienziati di Newcastle hanno chiesto di poter effettuare sull’uomo dopo averli effettuati, con successo sui topi pretendono – quanto meno – una valutazione serena, prima di essere condannati o assolti.
Vale la pena, quindi, descriverli.Dunque, i ricercatori hanno prelevato il nucleo di una cellula femminile di topo, un ovulo appena fecondato, e lo hanno trasferito nel citoplasma della cellula (un altro ovulo) di un’altra femmina di topo, privata del suo nucleo, per consentire il suo sviluppo embrionale.
Con questa tecnica sono nati vari topolini, con una peculiarità genetica. Il Dna nucleare è, al 50%, quello del loro papà e, al 50%, quello della loro mamma: così come succede per ogni neonato. Mentre il Dna mitocondriale, il materiale genetico che si trova nei mitocondri del citoplasma, quindi fuori dal nucleo, appartenente alla seconda femmina.
L’identità genetica di un individuo è data dal suo Dna nucleare. Cosicché l’identità genetica del neonato è frutto dell’unione delle identità genetiche della mamma e del papà. Il Dna mitocondriale – che si trasmette solo per via femminile – è, da un punto di vista quantitativo, piccola cosa e non contribuisce all’identità genetica. Tuttavia alcune sue alterazioni possono produrre malattie serie, coma alcuni tipi di distrofia muscolare.
Di qui l’importanza dell’esperimento, anche per l’uomo. Se una donna è portatrice di difetti sul Dna mitocondriale e vuole evitare di generare figli a rischio grave, attraverso il «trasferimento di nucleo» potrebbe «sostituire» i suoi mitocondri «malati» con quelli di una donatrice sana. Non si tratta di clonazione, perché la clonazione è la generazione di un individuo figlio a partire da un solo corredo genetico. In questo caso si tratterebbe di un individuo che nel nucleo delle sue cellule ha il canonico doppio corredo genetico del papà e della mamma.
La tecnica che si chiede di sperimentare altro non è, dunque, che una nuova tecnica di procreazione medicalmente assistita.
Naturalmente occorre sperimentarla, per verificare che possa essere condotta con i medesimi standard di sicurezza per il nascituro e per la mamma applicati alle altre forme di procreazione medicalmente assistita.
Potremmo considerare chiuso il discorso e augurarci che gli esperimenti diano esiti positivi e diano la possibilità a donne con difetti nel Dna mitocondriale di avere figli senza rischi. Senonché la vicenda ha qualcos’altro di importante da dirci.
In primo luogo che la ricerca scientifica è, per sua natura, imprevedibile. E non accetta facili classificazioni. La tecnica del trasferimento di nucleo, per esempio, non è una tecnica che si lascia classificare come «tecnica della clonazione». Lo studio del team di Newcastle, per esempio, ha dimostrato che il trasferimento di nucleo è una tecnica che può essere usata anche per ricerche che non sono di clonazione. Chi in Italia ha voluto impedire le ricerche di embriologia umana con tecniche di trasferimento di nucleo a causa dello spettro della clonazione dovrebbe ricavarne una lezione e provvedere a emendare le sue convinzioni e la legge che hanno prodotto.
Una seconda questione che la vicenda evoca riguarda il mito del mostruoso, a sua volta evocato ogni volta che si parla sia di clonazione che, più in generale, di intervento dell’embrione.
Che questo intervento sia delicato è certo e nessuno lo nega. Che debba assurgere a male assoluto da esorcizzare – a patologia della ragione – è molto più difficile da accettare. In questo caso si tratta di un intervento sulla prima cellula di un (futuro) embrione che ha limpide finalità terapeutiche. Serve a prevenire gravi malformazioni nel nascituro. È un intervento da condannare apriori?
Ed eccoci, dunque, al terzo tema sollevato dalla vicenda. Il metodo usato in Gran Bretagna per rispondere a una domanda del genere. Da noi si evocano gli assoluti: è Bene, è Male? E si risponde in maniera apodittica: è il Bene, è il Male. In Gran Bretagna si risponde in maniera pragmatica (ma non pragmatistica): è utile o dannoso? Anzi, è più utile (perché non esiste l’utilità assoluta) o è più dannoso (non esiste neppure il danno assoluto)? Dove pende la bilancia dei costi e dei benefici?
Nel rispondere a queste domande la Human Fertilisation and Embryology Authority – un organismo pubblico, non privato, e indipendente – ha un approccio di tipo scientifico, pragmatico appunto ma non pragmatista. In cui mette in gioco tutto, i benefici medici ma anche le indicazioni etiche. E poi – rischiando ovviamente di sbagliare – ne trae le conseguenze.
Con questo approccio laico – o, se volete, con questa capacità critica – la Gran Bretagna si sta imponendo come il paese leader in Europa nel settore della genetica e, più in generale, della biomedicina. Settore che, ci dice la cronaca, è in forte sviluppo nei paesi asiatici che affacciano sul Pacifico (Corea, Cina, Giappone).
Il rischio dei paesi che – come l’Italia e gli Stati Uniti di Bush – usano l’approccio ideologico nelle scienze biomediche è quello diventare marginali. Assistere al loro sviluppo, senza avere la possibilità di concorrere a governarle. Perché la ricerca che conta si fa altrove.