Qualsiasi teoria etica, e in particolar modo qualsiasi teoria della giustizia, deve scegliere un proprio nucleo interpretativo. In altre parole, deve decidere su quali caratteristiche, su quali aspetti del mondo dobbiamo concentrarci dovendo valutare la giustizia e l’ingiustizia e allorché dobbiamo decidere che cosa sia necessario fare. In tale contesto è particolarmente importante disporre di uno schema che spieghi in che modo le prerogative di un individuo devono essere prese in considerazione, poiché tale valutazione non è soltanto interessante in sé e per sé, ma anche di grande importanza per la valutazione politica e morale, nonché per delineare le politiche da mettere in atto.
Per esempio, l’approccio delle capacità rende immediatamente evidente perché una persona gravemente disabile da un punto di vista funzionale abbia, oltre altre cose, maggiori pretese di attenzione sociale e assistenza pubblica. Che la sua disabilità sia dovuta a problemi fisici, handicap mentali, età avanzata o restrizioni imposte a livello sociale, il soggetto disabile ha immediatamente motivo di ricevere attenzione sociale nell’ambito di una teoria della giustizia orientata sulle capacità, attenzione che egli potrebbe invece non avere in base ad altri approcci, tra i quali l’utilitarismo, la teoria della giustizia di Rawlsian e l’economia assistenziale imperniata sull’opulenza.
Mentre è abbastanza normale nell’economia pubblica prestare attenzione al fatto che una persona disabile può avere una capacità inferiore rispetto agli altri di procurarsi un reddito (potremmo definirlo “l’handicap di reddito” della disabilità), si presta troppa poca attenzione al fatto che una persona disabile ha un’altra difficoltà ancora, quella di convertire un reddito in un effettivo mezzo di sostentamento (quello che potremmo definire “l’handicap di conversione” della disabilità). L’importanza da un punto di vista quantitativo di questo aspetto così trascurato può essere illustrata dall’influenza che ha l’handicap di conversione quando si debba valutare la povertà.
Lo si evince chiaramente da alcuni risultati riguardanti i tassi di povertà nel Regno Unito raccolti da Wiebke Kuklys, e contenuti nella sua brillante tesi, di recente presentata all’Università di Cambridge. (A questo proposito voglio sottolineare che è una tragedia immensa che Wiebke sia morta prematuramente, subito dopo aver portato a termine il suo dottorato in discipline umanistiche. La sua tesi e appena stata pubblicata da Springer). Assumendo come soglia limite della povertà il 60 per cento del reddito medio nazionale, Kuiklys ha scoperto che il 17,9 per cento degli individui vive in famiglie aventi un reddito al di sotto della linea di povertà. Se si sposta l’attenzione sugli individui appartenenti a famiglie che hanno un membro disabile, la percentuale degli individui che vivono con un reddito inferiore alla soglia di povertà sale dal 17,9 per cento al 23,1 per cento. Se poi, oltre a ciò, si considera altresì l’handicap di conversione derivante dalla disabilità, calcolando il reddito extra di cui la persona disabile necessita per migliorare quanto più possibile gli svantaggi creati dalla sua disabilità, la percentuale degli individui aventi famiglie con qualche disabile e con redditi inadeguati sale addirittura fino a1 47,4 percento.
L’ingiusto svantaggio delle persone disabili e dei membri delle loro famiglie, persino in uno stato ricco e assistenziale come la Gran Bretagna, è ben illustrato dal fatto che la povertà dipendente dalle capacità incide per questo gruppo del 240 per cento in più rispetto alla popolazione nel suo complesso. Se dunque ci si focalizza sulle capacità dell’individuo, l’etica della politica pubblica e la portata delle teorie della giustizia e dell’equità sociale si estendono in maniera molto rilevante (…).
Le questioni etiche e politiche inerenti il vivere sociale richiedono una più profonda comprensione delle privatizzazioni delle capacità umane e delle molteplici influenze che interagiscono nella determinazione di tali capacità. Sarebbe difficile ignorare l’importanza di questa capacità superiore. Per il tempo che mi rimane a disposizione vorrei quindi passare a considerarne i limiti, che necessitano anch’essi di essere individuati, pur celebrando i risultati e le promesse dell’approccio delle capacità. La capacità, il potenziale, è essenzialmente il concetto di libertà, ma la libertà ha aspetti differenti, compreso quello che potrebbe essere defluito “l’aspetto di opportunità”, che riflette le effettive opportunità che una persona ha, e compreso “l’aspetto procedurale” (come l’equità di trattamento), che ha a che vedere con l’avere degli schemi e delle intuizioni che possano essere considerati componenti della libertà procedurale. Se da un lato l’idea di capacità ha un valore di grande rilievo nella valutazione dell’aspetto di opportunità della libertà, essa non può essere però opportunatamente messa in relazione con l’aspetto procedurale della libertà. Le capacità sono le caratteristiche dei vantaggi individuali e sono insufficienti a dirci qualcosa in merito all’onesta o all’equità dei processi coinvolti o alla libertà dei cittadini di reclamare e utilizzare procedure che siano eque.
Io ho cercato di illustrare questo contrasto di prospettive con un esempio abbastanza forte e intendo qui accennarvene brevemente. È ormai un dato di fatto ampiamente riconosciuto che, a parità di assistenza, le donne tendono a vivere più a lungo degli uomini. Se uno avesse esclusivamente a cuore le capacità (e nient’altro), e in particolare l’uguaglianza della capacità di vivere a lungo, sarebbe stato possibile elaborare una tesi in base alla quale gli uomini ricevessero maggiori attenzioni da un punto di vista medico delle donne, per controbilanciare il naturale handicap degli uomini. Ma fornire alle donne minori attenzioni da un punto di vista medico rispetto agli uomini per i medesimi problemi di natura sanitaria, chiaramente violerebbe un importante requisito di “equità procedurale” e parrebbe quindi ragionevole sostenere, in casi di questo tipo, che le esigenze di equità nella libertà procedurale possono in pratica sopprimere qualsiasi risoluta concentrazione sull’aspetto di opportunità della libertà.
Mentre è di grande interesse sottolineare l’importanza della prospettiva delle capacità nel giudicare le opportunità sostanziali degli individui (specialmente in confronto ad approcci alternativi che si focalizzano invece sul reddito, o sui beni di prima necessità, o sulle risorse), questo punto in nessun modo contrasta con l’importanza dell’aspetto procedurale della libertà nella valutazione della giustizia o nella teoria dei diritti umani. Una teoria della giustizia – o più in generale, un’adeguata teoria dell’opzione normativa sociale – deve essere consapevole sia della correttezza dei processi coinvolti, sia dell’equità e dell’efficienza delle opportunità sostanziali di cui le persone possono godere. È importante far si che la capacità sia considerata non più di una prospettiva in termini di vantaggi e svantaggi in base ai quali una persona può essere ragionevolmente valutata. Tale prospettiva ha significato di per se stessa ed e altresì di vitale importanza per le teorie di valutazione della politica, della giustizia e della morale. Tuttavia, ne la valutazione della giustizia, ne quella della morale possono occuparsi soltanto delle opportunità e dei vantaggi complessivi degli individui di una società. Il soggetto di un equo processo e di onesti accordi va al di la dei vantaggi complessivi delle persone, nell’ambito di altre preoccupazioni, soprattutto di natura procedurale, e tali preoccupazioni – così io la penso – devono essere adeguatamente affrontate concentrandosi sulle sole capacità.
Concludendo, ci sono buoni motivi per essere soddisfatti del riconoscimento che l’approccio delle capacità ha ricevuto in anni recenti. Ma mentre la capacità ha un suo proprio campo di applicazione – piuttosto vasto –, ci sono anche altre cose importanti per una valutazione, per l’analisi politica, per il ragionamento morale e per stabilire una politica. Per quanto vasta sia dunque l’importanza delle capacità, esse pure hanno i loro limiti e non è pertanto da disfattisti individuare i limiti della loro portata.