BARI – Dicevano che il giorno del referendum non sarebbero andati al mare e infatti hanno anticipato, alla Fiera del Levante di Bari la brezza della costa mitiga il caldo e c’è il pienone delle grandi occasioni, anche perché una scena simile non si vede spesso: fra Azione cattolica (Paola Bignardi) e ciellini (don Julian Carron), neocatecumenali (Giampiero Donnini) e carismatici (Salvatore Martinez), scout dell’Agesci (Chiara Sapigni) e focolarini (Antonietta Giorleo), Sant’Egidio (Andrea Riccardi), la Consulta delle «aggregazioni laicali» (Gino Doveri) e fedeli laici vari (Giuseppe Savagnone), allineati sul palco accanto al cardinale Camillo Ruini si vedono i leader di almeno un milione e mezzo di cattolici impegnati nelle associazioni e nei movimenti. Ed è a loro e alle migliaia di persone arrivate al Congresso eucaristico che il cardinale Ruini si rivolge con un sorriso: «Grazie per l’impegno attuale nel referendum, che alla fine è un impegno a favore di ciò che è proprio di ogni essere umano, perché ogni essere umano non può mai essere ridotto a mezzo ma rimane sempre un fine».
Non pronuncia la parola «astensione» o «non voto» ma non ce n’è bisogno. Del resto di lì a poco il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della congregazione dei vescovi, passeggia tranquillo fra gli stand e spiega: «Mi pare che sul referendum sia molto importante l’astensione perché questa legge non è perfetta ma salva alcuni valori. Quindi è importante che si segua la via del non voto».
L’immagine del palco, comunque, sembra voler rappresentare la «nuova stagione» dei movimenti e delle associazioni rilanciata la scorsa estate tra il meeting di Cl a Rimini e la festa di Azione cattolica a Loreto. Allora si parlava di «percorso comune» dopo le liti del passato, di unità dei cattolici nei «valori essenziali». Anche la «lettera ai fedeli laici» appena pubblicata dalla Cei richiama alla «responsabilità» e invoca una «nuova primavera» che «possa letteralmente rianimare tutti gli ambiti di vita». Così, terminati gli altri interventi, il cardinale Ruini parte dall’«unità eucaristica» dei cristiani, il tema del congresso, «un’unità veramente più profonda, diversa dalle altre, che viene prima delle nostre scelte ma anche, certamente, che passa attraverso le nostre scelte, i nostri comportamenti e gesti quotidiani».
È un richiamo alla coerenza, quello del cardinale Vicario. La fede nell’eucarestia, avverte, «dev’essere anche il principio unificante di ciascuno di noi, guai a dimenticarlo: dalla preghiera e la presenza nella Chiesa alla famiglia, il lavoro, le responsabilità sociali, politiche e culturali. Perciò c’è distinzione fra i vari ambiti ma non c’è mai alla fine divisione». Di qui l’ultimo passaggio: «L’eucarestia è dunque capace di produrre anche una terza unità, oltre all’unità della Chiesa e di ciascuno di noi: l’unità della testimonianza comune dei cristiani». L’appello a movimenti e fedeli si fa quindi più stringente: «Certo, noi abbiamo bisogno anche di pluralità o di pluralismo, come si dice, la pluralità è legittima e spesso anche benefica. Ma la pluralità cristiana non perde mai di vista la sua fonte che è l’unità eucaristica, si nutre dell’unità dell’eucarestia e vi ritorna». Mai smarrire l’unità essenziale: e a questo punto Ruini ringrazia i movimenti per il «percorso» comune e anche per «l’impegno attuale nel referendum».
I rappresentanti dei movimenti applaudono. Più tardi Andrea Riccardi considera : «Stiamo attenti a non applicare a questo referendum le lenti del ’74, andando a cercare i cattolici del sì e del no. Grazie a Dio il mondo cattolico è grande, ci sono idee differenti, però francamente questo discorso di unità, di un “sentire” l’astensione, segue anni di riflessione sulla questione antropologica, è un discorso maturato coerentemente nel tempo». Alla fine resta l’immagine di compattezza che la Cei ha voluto trasmettere. E guai a parlare di «supina obbedienza». Aprendo la giornata, il direttore di Avvenire Dino Boffo aveva fatto un inciso sul referendum senza mandarla a dire: «Perché stupirsi di questo convergere, di questo sentire comune? Esso stesso è un segno che vorrebbe dire agli amici non cattolici: guardate che è da donne e da uomini liberi che vi diciamo che non ci stiamo, che quello che voi agognate è una perdita per tutti! Ci dipingono come della gente supinamente obbediente alla gerarchia. Ma per chi è abituato a pensare in autonomia e a decidere in coscienza, l’obbedienza non è la caricatura che viene fatta: ciascuno di noi decide in libertà e responsabilità di fare quello che stiamo facendo».