Bocchino: «Lasciamo Evola in libreria e andiamo tutti a votare»

Italo Bocchino
La destra di «Dio-Patria-Famiglia» non si immoli sull’altare della legge 40

Tre sì e un’astensione. Ho deciso di giocare a carte scoperte e di dichiarare pubblicamente come intendo orientare il mio voto ai quattro quesiti del referendum abrogativo sulla legge 40. Coraggio? Più che altro la mia è una operazione-sincerità.

Tanto devo al mio partito, dove, lo so, in molti si stanno mobiitando perché vincano i no o l’astensione. Ma proprio perché tanti dirigenti di Alleanza Nazionale la pensano diversamente da me, sento il dovere di argomentare in forma compiuta la mia intenzione di voto.

Il rischio è che qualcuno attribuisca alla mia voce fuori dal coro la volontà di strappare qualche facile citazione giornalistica. Non è così. Più avanti dimostrerò perché. Intanto spiego come voto.

Sono favorevole al quesito che abroga i limiti imposti alla ricerca sugli embrioni, al quesito che concerne la salute della donna, al quesito relativo ai diritti del concepito. Rifiuterà invece la scheda sulla fecondazione eterologa. Mi si dice: bella forza, prima voti le leggi in Parlamento e poi le cancelli con i referendum. Senza dubbio, è molto facile farne solo una questione di coerenza, ma non è questo il problema. Quando alla Camera ho votato sulla procreazione assistita, l’ho fatto consapevole che quella legge aveva tre difetti. Ma sapevo pure che, in quel momento, era il meglio che il Parlamento poteva opporre al vuoto pneumatico.

Duro il lavoro del legislatore, soprattutto quando deve prevedere sulla carta l’impatto che una norma può avere sulla società. A volte si fa un buon lavoro, altre volte si prendono tremende cantonate. Quest’ultimo non è in assoluto il caso della legge 40, che fissa principi etici e bioetici molto importanti.

È innegabile però che la norma in questione abbia creato non pochi disagi tanto alle coppie che vivono il dramma della infertilità quanto al mondo della ricerca. Mi si rinfaccia: tu sei un uomo di destra, la destra dei valori, la destra di “Dio-Patria-Famiglia”. D’accordo. Ma la mia intransigenza sui principi non può rendermi cieco di fronte alle difficoltà degli individui. La destra non è un totem dove si possono immolare le persone per un dogma. Sono migliaia di anni che si sente parlare della politica come di un’arte finalizzata al perseguimento del bene comune. Almeno su questo possiamo essere tutti concordi? Bene. Non voglio credere che qualcuno ancora pensi a uno Stato-Leviatano che ammorba gli individui con la sua volontà incontestabile. Roba di altri tempi. Io, uomo di destra, quando sento o leggo di viaggi della speranza di coppie che soffrono perché hanno difficoltà ad avere figli e devono rivolgersi all’estero spendendo veri e propri capitali, non chiudo gli occhi e mi tappo le orecchie. Cerco di farmi carico del problema, rendendomi conto che, probabilmente, come legislatore ho contribuito a rendere difficile la vita di alcune persone. Sia chiaro però, non voglio neanche firmare una delega in bianco a qualche emulo del “doctor Strangelove” di Stanley Kubrick, che, mentre parlava di esperimenti genetici, gli partiva involontariamente il braccio destro a mo’ di saluto nazista. Le regole di bioetica servono. Eccome se servono.

Che fare dunque? Abrogare alcune parti della legge 40 può servire a riaprire il dibattito sul tema e a trovare in parlamento quei correttivi necessari a migliorare l’impatto della norma sulle fattispecie concrete. Detto questo, proprio per portare a compimento quella operazione sincerità che devo al mio partito, chiarisco qui di seguito i motivi che mi inducono a votare sì ai primi tre quesiti referendari e ad astenermi sul quarto.

Nella prima scheda gli elettori si troveranno di fronte a una questione molto delicata. Dovranno decidere se abrogare o meno i limiti previsti dagli articoli 12,13,14 della legge attuale. Quelli, ovvero, relativi alla ricerca clinica e sperimentale sugli embrioni che sono attualmente congelati ma orfani di coppie che per varie ragioni non chiedono più di impiantarli. L’idea che mi sono fatto è che, su questo tema, si stiano affrontando due opposti estremismi. Da un lato, c’è un fronte un po’ oscurantista che agita il fantasma della clonazione umana per chiedere la conservazione dello status quo, cioè il divieto dell’uso di cellule staminali embrionali. Dall’altro il mondo della scienza eccede sul fronte inverso: parla di un nuovo ‘600, riferendosi a Galileo e alla abiura delle teorie copernicane cui egli fu costretto.

Aldilà delle polemiche, se c’è una minima speranza che la genetica possa trovare soluzioni a patologie come l’Alzheimer, il Parkinson, la sclerosi, il diabete, le cardiopatie, i tumori, mi chiedo perché la destra moderna debba soffrire del complesso dell’ipse dixit. Per una volta, lasciamo che l’anti-modernismo sia il complemento d’arredo evoliano delle nostre erudite librerie e apriamoci al nuovo. Lo non ho nulla da temere, se non che, rebus sic stantibus, i nostri migliori ricercatori proseguiranno il loro lavoro, ma lontano dall’Italia.

La seconda scheda riguarda la salute della donna che si sottopone alla fecondazione assistita e punta alla eliminazione di una serie di restrizioni. In questo caso, la mia determinazione di voto nasce dall’osservazione della realtà. I divieti introdotti dalla legge italiana hanno prodotto come effetto principale la fuga delle coppie in difficoltà all’estero, dove è invece possibile creare in vitro più embrioni (in Italia c’è un massimo di tre), congelarli. selezionare quelli sani attraverso l’analisi pre-impianto. Qui, ormai, il problema si è svincolato dalle categorie etiche e morali divenendo un fenomeno classista. Più che discutere sull’approccio cattolico o laico della questione, bisogna prendere atto che essa attraversa trasversalmente la società italiana, dividendola in ricchi e poveri. La coppia che ha i soldi e può sostenere le spese mediche e le ripetute trasferte in Spagna o in Svizzera ha più possibilità di concepire di due aspiranti genitori che si sottopongono alla terapia prevista dalla legge 40, che, con un massimo di tre embrioni per volta prodotti, ha meno chance di riuscita. Mi chiedo, è giusto tutto ciò?

La terza scheda che troveremo nella cabina elettorale è quella relativa ai diritti del concepito. La parte più significativa del quesito è la richiesta di abrogazione dell’articolo 1 della legge 40, quella, cioè, che fa riferimento «ai diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito». La questione è spinosissima e segna il crinale fra la concezione laica e quella cattolica. La legge sulla fecondazione assistita ha introdotto nell’ordinamento un principio rivoluzionario, quello dei diritti del concepito, collocando il momento del concepimento non più alla nascita (come prevede la Costituzione), ma all’atto della fusione tra l’ovulo e i gameti che formano una nuova cellula, lo zigote, e poi un embrione.

L’articolo 1 risente fortemente della dottrina cristiana classica. Io sono cattolico, ma vivo in uno Stato laico e credo che le sue leggi debbano avere una impostazione laica. A tal proposito, mi lascia molto meno perplesso il modo con cui la legislazione inglese ha affrontato la questione. In Inghilterra il concepimento è fissato quattordici giorni dopo la prima comparsa dell’embrione. Certo, si tratta di una convenzione per permettere che questi pre-embrioni possano essere utili per la ricerca genetica. Ma è una convenzione che mi sentirei di approvare. La questione pero è un’altra. Se l’intendimento era quello di utilizzare l’articolo 1 ddìella legge 40, così formulato, come un viatico per arrivare alla revisione della legge sull’aborto terapeutico, allora si è sbagliata la tempistica. Semmai prima va rivista la 194 in termini restrittivi – qui sì che mi troverei d’accordo – eppoi approfondito il discorso dei diritti del concepito.

Rifiuterò, infine, la quarta scheda, quella che vuole abrogare il divieto della fecondazione eterologa. Se sugli altri quesiti riesco a coniugare i miei riferimenti valoriali con un’osservazione della realtà provocata dall’introduzione della legge 40, l’eterologa confligge troppo con il tema della famiglia, così come lo intendiamo a destra. Su questo non mi permetto divagazioni. La famiglia è un papà, una mamma, uno o più figli nati dal seme del primo e dall’ovulo della seconda. Non oso pensare, e non voglio essere corresponsabile, del dramma psicologico di un uomo che venga a scoprire di essere figlio di una persona diversa da quelli che ha sempre considerato suoi genitori naturali.