Il costituzionalista Ceccanti a Prodi: «Un cattolico può votare Sì»

«Da cattolico che fa una scelta diversa da quella indicata dalla Chiesa, non mi sento a disagio. Dispiaciuto, semmai. Io credo che l’indicazione di Ruini sia seria e con questo spirito la analizzo. Ma i cattolici impegnati in politica hanno una loro competenza: non sono degli esecutori della parola dei vescovi».

Stefano Ceccanti, professore di diritto costituzionale italiano e comparato in due università (Bologna e La Sapienza), una giovinezza nell’Azione Cattolica e poi presidente della Fuci (dall’84 all’87), a febbraio ha firmato un appello di laici e cattolici per tre sì ai referendum. E’ considerato uno dei più ascoltati consiglieri di Prodi, ma lui preferisce un riferimento più generico ai «principali leader dell’Ulivo».

Anche Prodi ha dichiarato che, da «cattolico responsabile», andrà a votare. Si esporrà pure sul come?

«Credo che prima del 12 giungo lo farà, ma è già importante che abbia sgomberato il campo dalla terza opzione, quella dell’astensione. Per il resto, è sensato che aspetti».

Perché?

«Perché non possiamo scaricare su di lui le nostre contraddizioni, visto che su questo tema la coalizione non è in grado di raggiungere posizioni sufficientemente condivise».

Tanto che, mentre i Ds lavorano per 4 sì, da Rutelli ci si aspetta un pronunciamento per l’astensione. E ieri De Mita ha cercato di schierare tutto il partito sulla stessa linea.

«Questa è anche una posizione tattica da parte di chi è contrario alla lista unitaria: è un modo ulteriore per marcare le differenze fra Quercia e Margherita. Per dire un altro no a Prodi. La Bindi, che è ulivista, per esempio alle urne ci andrà, anche se per votare no. Sono atteggiamenti che sposano ragioni strategiche a convinzioni di merito».

L’astensione è sempre sbagliata?

«Ha senso se uno pensa che la materia non sia rilevante, o che la legge sia fatta male e il quesito referendario anche. O ancora, come nel caso dell’articolo 18, se si vuole evitare di essere invasivi rispetto agli accordi presi dalle parti sociali».

In questo caso, invece?

«Chi ha approvato la legge, sia in Parlamento che fuori, dovrebbe difenderla votando no: se è stato fatto un buon lavoro, il consenso sociale è assicurato. Se si astiene, significa che sa di essere in minoranza. E’ un’ammissione di colpa».

Ma la maggioranza in Parlamento c’è stata.

«Non così vasta . E poi non dimentichiamo che il maggioritario comporta una maggioranza parlamentare superiore ai consensi ottenuti per permettere al governo di portare avanti il suo programma, quello su cui ha preso i voti. Ma questo non vale certo per una legge così restrittiva sulla procreazione».

Il 12 giugno, si vota sulla vita?

«Questo è uno slogan fallace. Ci sono due diritti in potenziale conflitto: la legge dice che devono prevalere quelli del concepito, i referendum quelli della madre. Io credo che tutti ci dobbiamo sforzare di tenere un equilibrio fra i valori in gioco. Ma va guardato il contesto: abbiamo una legge sull’aborto che nessuno dice di voler abolire. Qui sta il paradosso».

Quale?

«Mentre si dice sì alla diagnosi prenatale che prevede l’aborto terapeutico, si dice no alla diagnosi preimpianto. E’ illogico un ordinamento giudiziario che prima tutela l’embrione, poi fino a tre mesi la mamma e poi di nuovo il feto. Io credo che si dovrebbe partire dalla donna e poi far prevalere il nasciutoro man mano che cresce».

Lei voterà anche per togliere i limiti alla ricerca?

«Sì, perché il quesito non è così estremo. Mantiene il divieto di creare embrioni apposta per la ricerca, ma dà speranze ai malati con la possibilità di utilizzare quelli non impiantati».

E se anche loro fossero persone?

«E’ una questione filosofica e teologica, non lo stabilisce il diritto. Su tutta la materia, più che una guerra di religione, andrebbero cercati bilanciamenti e mediazioni. Per questo mi piaceva la proposta di Amato e del ds Tonini».