Roberto Giusti, Arezzo
Caro Giusti,
l’episodio a cui lei si riferisce concerne il referendum sulla procreazione assistita ed è accaduto nel corso di un’assemblea del comitato milanese «Donne contro l’astensione».
Dalla cronaca di Rossella Verga, pubblicata dal Corriere del 17 maggio, risulta che una imprenditrice, Claudia Buccellati (erede degli orafi prediletti da Gabriele d’Annunzio), ha dichiarato: «Regalerò un’ora retribuita ai miei dipendenti che presenteranno la prova di essere stati a votare. Invito tutti gli imprenditori a seguirmi in questa iniziativa». Trascinata dall’esempio, una docente, Maria Rita Gismondo, si è detta decisa a dare la sua «presenza universitaria », vale a dire l’equivalente in denaro di una lezione, agli studenti che andranno a votare.
Lei sostiene che questo episodio ricorda le pratiche elettorali del comandante Achille Lauro, monarchico e pittoresco uomo politico napoletano degli anni Cinquanta e Sessanta, abilissimo nel raccogliere voti con regali di scarpe (una alla volta) e di pasta. Nulla di veramente nuovo. Non c’è grande democrazia in cui il voto, in alcuni momenti, non sia stato organizzato, pilotato e spesso incoraggiato con qualche regalia. A New York il mercato dei voti, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, era nelle mani degli irlandesi di Tammany Hall, una potente e spregiudicata lobby democratica.
A Chicago, Richard Daley (uno dei migliori sindaci della città) era al momento delle elezioni molto spregiudicato.
Qualche decennio più tardi, J. F. Kennedy conquistò lo Stato dell’Illinois grazie al denaro del padre e a un patto con la mafia locale. E se vuole sapere come si facevano le elezioni nell’Italia meridionale prima della Grande guerra, può leggere un piccolo libro di Gaetano Salvemini.
S’intitola «Il ministro della malavita» e fu pubblicato da Giuseppe Prezzolini nelle Edizioni della voce.
Ma le signore Buccellati e Gismondo risponderebbero che non è giusto evocare, nel loro caso, questi precedenti. Con il loro gesto non pretendono di influenzare il voto dei loro dipendenti e studenti. Vogliono semplicemente incoraggiarli a votare.
E ritengono di fare in tal modo un’opera di educazione civile.
Ma il voto, dopo l’intervento del cardinale Ruini e la posizione assunta dalla Chiesa cattolica, non è più soltanto un raccomandabile atto civile. È anche e soprattutto un mezzo per sventare la strategia della Commissione episcopale, oltrepassare il quorum e dare ai sì una maggiore possibilità di vittoria.
Spiace dirlo,ma i voti pagati rischiano di apparire in questo caso, quali che siano le intenzioni del donatore, voti comprati.
Sono sicuro che Claudia Buccellati e Maria Rita Gismondo non sarebbero d’accordo e continuerebbero a proclamare la purezza delle loro idee. A me sembra, tuttavia, che l’episodio confermi un aspetto del nostro carattere nazionale. Siamo tutti assetati di etica e di giustizia, ma pochi italiani sono pronti ad applicare a se stessi le regole che vorrebbero applicare agli altri. Siamo tutti contro il conflitto d’interessi, ma dimentichiamo spesso quello di cui ciascuno di noi è spesso protagonista. Siamo paladini del merito e contrari al familismo di tanta parte della società italiana, ma pronti a chiudere un occhio se è in gioco il futuro dei nostri figli. Siamo tutti indignati dall’evasione fiscale, ma spesso disposti a pagare in nero il fornitore che ci invita a risparmiare l’Iva. Doppiezza e ipocrisia? No, nel momento in cui ci concediamo qualche licenza siamo tutti convinti che il nostro caso sia diverso da quello degli altri, che i nostri figli siano geni e che le nostre cause siano nobili.È questa, temo, una delle ragioni per cui è così difficile governare l’Italia.