L’hanno paragonata ad Achille Lauro (la nave da crociera presa in ostaggio nell’’85 in questo caso non c’entra, Lauro è il politico napoletano che regalava una scarpa e dopo il voto consegnava l’altra) ai padri padroni di inizio secolo, alla propaganda elettorale stile principe De Curtis (nel senso di Vota Antonio La Trippa). Ma Claudia Granati Buccellati, titolare dell’omonima gioielleria e presidente dell’associazione Via Montenapoleone non si scompone, anzi, elenca deliziata le «mail deliranti di protesta» che le sono arrivate, pregustando la gioia di fare da guastatore in tutti gli incontri e congressi prossimi venturi, da qui al 12 giugno, in cui incrocierà i sostenitori del partito dell’astensione.
L’oggetto del contendere è il referendum sulla fecondazione, «ma il sì e il no non c’entrano» precisa la signora Buccellati, «la mia è una scelta di responsabilità civile». Tutto è cominciato lunedì scorso, durante la presentazione a Milano del comitato delle “Donne per il sì” accanto a Margherita Boniver, Stefania Craxi, Iva Zanicchi, Antonella e Tiziana Maiolo, Jo Squillo, Sonia Raule e Anna Bernardini De Pace.
Claudia Buccellati ha promesso di regalare un’ora di salario ai suoi dipendenti che andranno a votare, scatenando un vespaio di polemiche (duro il giudizio espresso del Comitato “Scienza vita”: «il voto referendario non può essere incentivato con 1′ elargizione di una somma di denaro (…) Stupisce il silenzio del sindacato, dinanzi ad un’iniziativa a dir poco mortificante per i lavoratori») e qualche tentativo di emulazione. Come Maria Rita Gismondo, direttore di Microbiologia Clinica del Polo universitario Sacco e presidente della Fondazione Donna a Milano che da docente universitaria darà la presenza alla sua lezione agli studenti che andranno a votare. Il braccio armato della “strategia del senso di colpa” lanciata da Emma Bonino, hanno commentato i maligni dopo l’invettiva dell’ex commissario europeo che ha bollato l’astensione come “una furbata miseranda, una mossa piena di ipocrisia”.
Ma torniamo alla signora dei salotti milanesi che ha accettato di raccontare a Libero il “day after” dopo la proposta shock di lunedì davanti alla sua scrivania stracolma di inviti,mail, biglietti per la Partita del Cuore e biscotti salutisti («..ma non ho l’ossessione della linea. A una certa età se si dimagrisce troppo cade la faccia», scherza davanti a un the nel suo ufficio di Via Montenapo).
Non le sembra di aver esagerato?
«Assolutamente no, anzi invito tutti gli imprenditori a seguirmi in quest’iniziativa. Siamo tutti chiamati a votare, è troppo comodo andare al mare, questo gesto vuol essere un richiamo alla responsabilità. Ho sempre avuto un forte senso del dovere, se esiste una legge la applico, le cinture, quando sono diventate obbligatorie, io le ho messe immediatamente. All’incontro di lunedì l’idea mi è venuta sul momento, ex abrupto, ma non faccio nessun dietro front. Anzi, la riproporrei anche in caso di elezioni amministrative e politiche. Credo molto nella politica, non nei partiti. Anche “Donne per il sì” non ha un colore preciso, è un movimento trasversale. Politica nel senso alto suggerito dall’etimologia, “polis” ,”fare per la città”. L’importante è andare a votare e non sprecare i soldi dello stato, poi si può votare sì, no o scheda bianca».
Allora fa il tifo anche per chi andrà alle urne per segnare quattro no, come Rosy Bindi?
«Chapeau a Rosy Bindi, se vota, l’importante è esprimere la propria scelta, non rinunciare al proprio diritto-dovere. Per quanto mi riguarda voterò 4 si, ma non è una battaglia personale. Io non ho mai voluto avere figli. Sono quesiti difficili, è una tematica molto delicata. Per me la ricerca non deve essere frenata, nessuno dovrebbe essere costretto a costosi viaggi all’estero per curarsi. Alcune cose, come La Scala devono restare elitarie (lo dimostra il fallimento del turno a 16 euro) ma non la salute. Mio marito voterà, ma diversamente da me, lo stesso farà suo figlio Luca. L’idea dell’ora regalata è un modo per far sì che i giovani capiscano i loro doveri».
Ma non rischia di sembrare un’iniziativa paternalista verso i dipendenti?
«Non è una regalia, come hanno scritto. Li conosco, è proprio perché sono certa che tutti andranno a votare che li voglio premiare. E comunque “just in case