Ma il seme non è una pianta

Evandro Agazzi
Diverse restrizioni impo­ste dalla legge n. 40 sul­la procreazione assistita discendono dalla tesi che l’embrione umano è, fin dalla fecondazione dell’ovulo, un in­dividuo umano a pieno titolo. Si tratta di una tesi “controversa”, come risulta dallo stesso documento sullo statuto ontologico dell’embrione umano elaborato dal Comitato nazionale di bioeti­ca (e stilato dall’autore di que­sto articolo, ndr), che riflette le posizioni emerse in proposito nel dibattito internazionale. Ab­biamo già esaminato in un precedente articolo le argomenta­zioni in base a cui, pur ricono­scendo la piena “umanità” dell’embrione, si sostiene che un embrione in tale senso proprio (ossia come “individuo” uma­no) si costituisce soltanto in una fase successiva alla fecondazione dell’ovulo. Questa, tuttavia, è già una visione più larga che non quella (da molti sostenuta) secondo cui l’embrione può esser considerato “persona” solo in una fase ancor più avanzata del suo sviluppo, ossia quando di esistono le condizioni per l’instaurarsi della “razionalità” della sua natura umana. Il sostenitore più famoso di questa tesi è San Tommaso d’Aquino. Egli dedica ben cinque capitoli della Summa contra gentiles per mostrare come, nell’evoluzione dell’embrione e del feto, pur nella indiscutibile “continuità” dello sviluppo, esi­stono stadi “successivi” nei qua­li esso subisce dei “mutamenti sostanziali”, incominciando a es­sere un “vegetale”, indi un “ani­male” e, solo dopo che le struttu­re cerebrali abbiano raggiunto un grado di complessità suffi­ciente, un “uomo” dotato di “anima razionale” direttamente creata e infusa da Dio. Alcuni affermano che questa tesi tomista deriva dalle inadeguate cono­scenze embriologiche di Tom­maso e da certe sue preoccupa­zioni teologiche e metafisiche oggi non attuali.

Lasciamo da parte il fatto che, proprio grazie a queste basi filosofiche, Tom­maso poteva giustificare “razio­nalmente” la tesi cristiana dell’immaterialità e immortalità dell’anima e quella secondo cui ogni essere umano è singolarmente voluto da Dio. Sottoline­iamo invece il fatto che questa dottrina detta dell”animazione successiva” è stata a lungo ab­bracciata dalla Chiesa e si trova difesa, in particolare, in un sag­gio di una settantina di pagine del maggior filosofo cattolico del Novecento, ossia Jacques Maritain, dal titolo significativo Verso un idea tomista dell’evo­luzione (in Approches sans en­traves: scritti di filosofia cristiana, Città Nuova editrice, Roma, 1977, pagg. 87-153. Edizione originale francese del 1973). In questo scritto Maritain, poggian­do con grande apertura di pen­siero sui più recenti studi circa l’evoluzione e la genetica (an­che di autori marxisti, come Oparin) difende l’idea tomista secondo cui la “materia” deve raggiungere un determinato gra­do di complessità per poter rice­vere la vita vegetativa, ulteriori gradi di complessità per riceve­re la vita animale e, infine, mol­to maggiori gradi di complessi­tà per ricevere la vita razionale. Questo vale non solo a livello filogenetico (ossia per quanto riguarda l’evoluzione delle specie viventi), ma anche a livello ontogenetico (ossia per quanto concerne lo sviluppo dell’embrione) e il filosofo francese afferma perentoriamente: «Ammettere che il feto umano dall’istante della sua concezione riceva l’anima intellettiva, quando la materia non è ancora in nulla disposta a questo riguardo, è ai miei occhi, un’assurdità filosofica. È tanto assurdo come chiamare “bebé” un ovulo fecondato. Si­gnifica “miscono­scere” completa­mente il “movimen­to evolutivo”, che viene in realtà consi­derato un semplice movimento di au­mento o di crescita, come se a forza di crescere un cerchio divenisse un qua­drato o il Piccolo Larousse divenisse la Divina Commedia» (Op. cit., pagg. 98-99).

Del resto, la dottrina dell’anima successiva veniva presentata come la più attendibile, addirittura nei manuali di filosofia per i seminari cattolici ancora per lo meno negli anni 60 del secolo ventesimo. Secondo questa concezione lo sviluppo di un certo ente può comportare dei “mutamenti sostanziali”, nel corso dei quali esso diviene di volta in volta un ente di “tipo diverso”. Tomma­so aveva ben visto il problema, quando, anziché scandalizzarsi che un feto umano, a un certo stadio, sia un vegetale o un animale, osservava che vegetale e animale sono concetti che indi­cano un “genere” entro cui si danno differenze “specifiche”: il feto è dapprima un vegetale della specie umana, poi un ani­male della specie umana, e infine un essere dotato di ragione della spe­cie umana (ossia un “uomo” a pieno tito­lo). Non è il caso di scrollare la testa: tutti siamo convinti che un conto è un nocciolo di ciliegio e un conto un albe­ro di ciliegio, un conto un uovo (fe­condato) di gallina e un conto una galli­na, un conto una ghianda e un conto una quercia, un con­to un seme e un conto la pianta che ne potrà deri­vare. E ciò perché esistono tante “specie” di noccioli (di cilie­gia, di prugna, di pesca), tante “specie” di semi (di frumento, di riso, di pomodoro) i quali hanno in comune con la futura pianta alcune caratteristiche permanenti (iscritte nel codice genetico delle loro cellule), senza con ciò essere già la rispettiva pianta. In poche parole, si tratta di entità ben “individuate”, com­plete nel loro essere, legate da un filo continuo di possibile tra­sformazione,ma chiaramente “distinte”, ossia, come si diceva un tempo, di “sostanze” indivi­duali caratterizzate da un loro substrato materiale e da una specifica struttura in ragione della quale “sono ciò che sono” (detta in linguaggio aristotelico “forma sostanziale”). Dopo aver sommariamente a considerato le concezioni più “larghe” e quelle più “restrittive” circa lo statuto ontologico dell’embrione umano potremo meglio passare all’esame delle conseguenze che ne derivano sul piano etico e giuridico.