Dopo una battaglia durata due anni il Brasile – il paese che vanta il maggior numero di fedeli della chiesa cattolica (117 milioni, circa il 71 per cento della popolazione) e una chiesa evangelica con peso politico crescente – ha varato una legge che permette di donare alla scienza gli embrioni in eccesso provenienti dalle cliniche di fecondazione assistita, il cui numero è valutato in circa 20.000. Il presidente Luiz Ignácio Lula da Silva ha apposto la sua firma alla legge sulla biosicurezza il 24 marzo, varando una legislazione che regolamenta la produzione e la commercializzazione degli organismi geneticamente modificati.
La prima legge in materia risaliva al 1995 e conteneva un articolo che proibiva “la produzione, la conservazione o la manipolazione degli embrioni umani destinati a essere utilizzati come materiale biologico”. Nel 2003 era partito l’iter parlamentare per la sua revisione. Inizialmente era stata eliminata la proibizione sia per la clonazione terapeutica sia per la ricerca con le staminali embrionali. Nel febbraio 2004 la Camera aveva approvato un testo che, grazie alla mobilitazione della potente lobby evangelica, aveva reintrodotto i divieti. Ne era seguita una mobilitazione di ricercatori, scienziati, pazienti e dello stesso governo di Lula.
Il 6 ottobre 2004 il plenum del senato ha approvato il testo “sostitutivo” del senatore Ney Suassuna, che consente la ricerca sugli embrioni umani congelati al momento della pubblicazione della legge e conservati da almeno 3 anni. Vietata espressamente la clonazione umana e la creazione di embrioni finalizzata alla produzione di cellule staminali. Questo testo è poi passato come definitivo.
Prima dell’ultimo voto in aula si era mobilitata anche la conferenza episcopale. “Venditori di illusioni di vita facile, che sfruttano i malati per garantirsi la possibilità di fare ricerca con gli embrioni” avvertivano i vescovi, mettendo in guardia i parlamentari dall’approvare la legge. “L’utilizzo di embrioni per ottenere cellule staminali non sembra un segno di progresso, ma di un atteggiamento contrario all’etica senza precedenti nella storia umana”. Lo scontro era stato così duro che Ennio Candotti, presidente della Società brasiliana per il progresso della scienza, aveva replicato: “gli attuali guardiani della morale e della verità hanno negato per secoli che i negri e gli indios avessero un’anima”.
Paladina della battaglia per la ricerca Mayana Zatz, direttrice del Centro studi sul genoma umano dell’Università di San Paolo. “In Brasile esiste la tecnologia per fare queste ricerche, che sono così importanti per la cura di molte malattie. Non possiamo ritardare e lasciare che ci passino avanti, perché finiremmo con il pagare le royalties ad altri” ha detto. “Resteremmo a guardare quello che succede negli altri paesi. Dovremmo mandare i malati a farsi curare all’estero o importare terapie sviluppate fuori” ha spiegato Lygia da Veiga Pereira, biologa dell’Università di San Paolo. Argomentazioni che alla fine hanno prevalso. Per smentire la tesi che essere a favore della ricerca con le staminali embrionali non preclude il sostegno per quelle adulte, alla fine del 2004 il governo aveva dato il via libera a quella che può essere definita la più grande ricerca per studiare l’efficacia dei trapianti delle cellule staminali adulte nel trattamento delle malattie cardiache. Stanziando per questo 5 milioni di real (circa 1.720.000 dollari) e coinvolgendo complessivamente 1.200 pazienti.