Umberto Veronesi: “Io voto si”

La Legge 40 è inumana e ingiusta. Vieta alle coppie di avere figli. Nega alla medicina di aiutare chi soffre. In nome di un integralismo ottuso e umiliante. Così il grande medico spiega i suoi quattro sì.

Confesso un disagio: quando penso alla legge 40 del 2004, che introduce tanti divieti per le coppie infertili che vorrebbero avere un figlio, mi vengono in mente i roghi che dal Quattordicesimo al Diciassettesimo secolo uccisero donne di cui si diceva che fossero streghe. Ovviamente, la ragione ci ricorda che nessuna di esse lo era. Perché le streghe non esistono, ed esistono invece i pregiudizi e le violenze. Insieme con quelle donne arse sui roghi, mi chiedo spesso, quanta parte del sapere femminile fu sacrificato e cancellato, tagliando alle radici una medicina dalla parte delle donne che forse sarà una conquista del futuro, ma che per adesso vive di vita precaria, episodica. Nei periodi in cui una società si muove e si rinnova, spinta dai propri giovani (pensiamo alla fine degli anni ’60, col movimento che partì dai campus americani) si profila una medicina rispettosa delle donne. E non solo. Perché, una medicina che rispetta sentimenti e diritti della parte di umanità storicamente più debole, acquista una forza in più, e diventa una medicina rispettosa dei diritti di tutti. Invece nei periodi di conservatorismo (e noi siamo in uno di questi) la medicina torna indietro e si apre a ideologie rigide e disu-mane, basate su principi astratti. Come medico che da tanti anni si occupa del tumore della mammella, ho naturalmente conosciuto moltissime donne, ho ascoltato le loro paure, i loro sfoghi, le loro speranze. Ho ascoltato la storia di tante vite al femminile. Alle mie pazienti ho potuto dare, insieme con la mia professionalità di chirurgo e di ricercatore, il mio ascolto e la mia profonda simpatia umana, ma non esito a dire che ho ricevuto da loro molto di più di quanto ho dato. Ho ricevuto una visione del mondo tenera e coraggiosa, e soprattutto ho ricevuto, ascoltato e meditato la loro richiesta di autodeterminazione: la donna vuole che cessi l’assalto cruento al suo corpo da parte di una scienza professionale al maschile che solo in tempi recenti ha cominciato a interrogarsi sulla liceità di certi comportamenti. Nella mia memoria sfilano storie confidate con fatica, e con quella tremenda vergogna che è la vergogna incolpevole della vittima. Per esempio, ecco il medico che non ha la pazienza (e aggiungo: spesso la competenza) per proseguire la cura farmacologica di emorragie uterine anomale, e allora si crede nel giusto facendo alla sua paziente un discorso di questo tipo: "Lei ha già dei figli, e non è più tanto giovane. La cosa migliore, mi creda, è levare tutto. Facciamo un bell’intervento, e si risparmia i fastidi". Ma quel medico si è mai fermato a considerare che cosa significa per la donna la violenza dell’isterectomia, che non la priva soltanto dell’utero, ma del suo schema psicologico di femminilità? E se la donna fa resistenza e esprime perplessità, il medico s’improvvisa psicologo: "Signora, lei non vuole essere operata perché non accetta l’idea di andare in menopausa". A questo punto il gioco è fatto: la donna viene colpevolizzata, e trasformata da vittima in imputata. Proprio per una medicina diversa da questa io ho studiato, e mi sono battuto per lunghi anni in favore della chirurgia conservativa del tumore della mammella, e spesso ricordo con emozione le tante donne alle quali ho potuto dire che avrei levato il tumore, ma non il seno. Quella giovane che si doveva sposare e si disperava all’idea di un intervento mutilante, quella anziana che mi diceva "preferisco morire", quella che l’intervento mutilante l’aveva disgraziatamente già subìto, e che mi chiedeva consiglio per la ricostruzione, per ripristinare l’immagine di se stessa. Se privare la donna dell’utero o di una mammella è un assalto cruento al suo corpo e alla sua identità psicologica, pensiamo a quale inaccettabile prevaricazione sia negarle la speranza di maternità, contestualmente negando la speranza di paternità al suo compagno. Ora, io sono fermamente convinto che la libertà riproduttiva, affermata con la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, sia parte inalienabile dei diritti della persona, e faccia capo a quel principio di responsabilità individuale che è proprio delle società democratiche. Perciò, a mio fermo giudizio, occorre votare sì all’abrogazione di una legge che lede gravemente i diritti della persona. Dalla parte di chi difende la legge 40 e di chi la critica e la osteggia, si stanno facendo infinite discussioni: giuridiche, religiose, filosofiche, etiche. Con qualcosa di assurdo e di medioevale, come nel caso (e non sembrano passati i secoli) in cui si discute sul "quando" l’anima verrebbe istillata nell’embrione. Al momento stesso del concepimento? Dopo 14 giorni? Al momento in cui il feto viene considerato vitale e potrebbe essere capace di vita autonoma se nascesse anzitempo? Lasciando liberi gli altri, personalmente mi rifiuto di entrare in questo genere di discussioni. Mi limito a ricordare una cosa sola: prima di un certo stadio, un embrione ha in sé la capacità di dividersi in due, dando luogo a una gravidanza gemellare. L’alta frequenza di gemelli veri, cioè monovulari, rivela una predisposizione eccezionale dell’uovo umano a regolare il suo sviluppo dopo la duplicazione spontanea. Mi permetto di frequentare per un attimo un discorso che non mi appartiene, un discorso assurdo: sul filo del ragionamento di chi parla dell’anima, dobbiamo pensare che l’anima attribuita all’unico embrione iniziale può dividersi in due, dando luogo a due anime? Ora, invece, voglio tornare al discorso che più mi sta a cuore, cioè quello della libertà riproduttiva. Io credo che nella legge ci siano cose che non solo vanno contro questa libertà inalienabile, ma che sono ingiuste e inumane. Per esempio, perché la procreazione medicalmente assistita viene riservata dalla legge a coppie che sono afflitte da sterilità e infertilità, mentre è vietata alle coppie che sono minacciate da una malattia genetica, e che con la fecondazione in vitro e la diagnosi pre-impianto potrebbero scegliere tra gli embrioni quello che non ha in sé l’eredità della malattia? E ancora: perché è vietata l’inseminazione eterologa, cioè con il seme di un donatore? Se la donna è fertile e l’uomo non lo è, e se entrambi desiderano un figlio nato da lei, non è disumano stabilire questo divieto? Sia nella prima che nella seconda situazione, il risultato è che la speranza di un figlio viene negata per legge. Ma voglio raccontare una mia esperienza. Qualche anno fa, mi è accaduto, per salutare un medico mio amico, di entrare in una unità spinale, cioè uno di quei centri superspecializzati dove si curano, cercando di riabilitarle il più possibile, le persone che hanno avuto qualche lesione del midollo spinale, e che sono rimaste paralizzate alle gambe o, addirittura, a tutti e quattro gli arti. Stringe il cuore, passando per i corridoi, vedere tanti ragazzi e ragazze in carrozzina, e si resta ammirati nel vedere come tutto il personale è impegnato per sfruttare le loro abilità residue, fargli coraggio, insegnargli a convivere con l’invalidità. Quando sono entrato nello studio del mio amico, ho visto che sulle pareti erano attaccate numerose foto di neonati e di piccoli bambini, e gli ho chiesto per scherzo: "Cos’è? Sei diventato un pediatra?". No, mi ha risposto: "Questi bambini sono figli dei miei giovani pazienti". Ho chiesto spiegazioni, e sono rimasto emozionato. Mentre non è una novità che una giovane tetraplegica possa concepire e dare alla luce un figlio (l’unica limitazione è che il bimbo nascerà con parto cesareo), è molto recente la possibilità che un giovane tetraplegico diventi padre. Anche se non può avere né erezione né eiaculazione, può comunque fornire il seme grazie a tecniche speciali, e fecondare la sua compagna per mezzo dell’inseminazione artificiale. È una situazione permessa dalla legge 40 (inseminazione omologa, cioè con seme del marito o del compagno, tecnica in uso almeno dagli anni ’40 del secolo scorso), e non farebbe storia se non ci facesse vedere quanto sono profonde le radici del desiderio di avere un figlio. È una storia emblematica, perché ha come protagonista una coppia in cui uno dei due è un disabile a vita. Eppure il desiderio di un figlio c’è, si afferma, supera ostacoli presenti, non teme ostacoli futuri, insegue un desiderio umanissimo e lo realizza. Proprio queste storie al limite ci dicono quanto sia profondamente connaturato alla creatura umana il desiderio di genitorialità. Mi guardo bene dal sostenere che questa sia una condizione generale (ci sono uomini e donne che si realizzano perfettamente pur senza procreare), ma sostengo che quando questo desiderio c’è e la scienza medica può aiutare a realizzarlo, porre divieti di tipo moralistico e pregiudiziale mina alla base le libertà che devono essere garantite da una società democratica, in cui la medicina ha il fine di aiutare l’uomo e di sollevarne le sofferenze. Desiderare un figlio e non poterlo avere è una sofferenza grave, che equivale a una vera e propria patologia. L’Organizzazione mondiale della sanità afferma che la salute è la condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale. È un concetto moderno, molto ampio. La sterilità è causa di sofferenze psicologiche che comportano l’assenza di benessere, e che delineano quindi una vera e propria situazione di malattia. Non per nulla, fino all’entrata in vigore di questa legge che ci mette in coda tra i Paesi dell’Unione Europea, le tecniche di procreazione medicalmente assistita sono state fornite dal Servizio sanitario nazionale, anche se naturalmente hanno prosperato i centri privati, che non tenevano conto di alcune linee-guida e che hanno dato l’occasione, a chi voleva limitare il campo, di parlare di Far West. La procreazione medicalmente assistita è stata letta come il risultato dell’edonismo della società contemporanea, del consumismo, e perfino di una pretesa religione del progresso tecnico. Non nego che la nostra società abbia talvolta queste caratteristiche, ma credo che basti aver parlato senza barriere con donne che hanno affrontato questa difficilissima avventura per rendersi conto dell’angoscia che accompagna tutto il calvario dei ripetuti e spesso inutili tentativi. Io credo che questo dramma sia essenzialmente misconosciuto. È difficile, per chi ha figli, rendersi conto del problema dell’infertilità, in cui la donna è spesso sola anche all’interno della coppia. Molte volte, così mi hanno confidato donne che si trovano in questa situazione, oltre a vivere male per la mancanza di un figlio, la donna si sente continuamente ammonita, in base a ragionamenti semplicistici che scambiano la causa con l’effetto: "Non ti stressare! Non riesci a concepire perché sei continuamente in stato di stress!" Per la donna, questi ammonimenti suonano impietosi e derisori, perché è l’infertilità a creare lo stress, e non il contrario. Spesso profondamente umiliata, la donna smette di volersi bene, e la mancanza di un figlio può diventare la cartina di tornasole della stabilità della coppia. Così nascono non solo i conflitti interni alla famiglia, ma anche, a volte, nasce una specie di isolamento sociale. Non sono poche le coppie senza figli che, invece di trovare comprensione, si sentono dire che il loro è un desiderio malato, come se non fosse invece il più normale e naturale dei desideri. Nel mondo occidentale, il fenomeno dell’infertilità è purtroppo in aumento, e questo significa che la nostra società ingloba ormai un bel numero di inferni privati, spesso nascosti o sottaciuti. Il tentativo di uscirne è da guardare con solidarietà, con comprensione e soprattutto con razionalità. Basta vedere quali prove fisiche e psicologiche devono affrontare le coppie infertili (esami umilianti, stimolazioni ovariche dannose all’organismo della donna, disillusioni a catena, spese eccessive, spostamenti gravosi, a volte perdita del lavoro per lei) per capire quanto sia sbagliata una legge che impone, per esempio, la produzione di soli tre embrioni per ciclo, e l’impianto di tutti e tre – qualunque sia la possibilità di successo – e di cui oltrettutto viene vietata la diagnosi pre-impianto per scoprire eventuali patologie. Non è né umano, né scientifico né etico. Perciò dico che bisogna, al referendum, dire un sì senza esitazioni all’abrogazione di questa legge.