L’idea fu accolta con entusiasmo. Open House, che ha la sede a Ben- Yehuda Street, una delle principali vie di Gerusalemme, ha iniziato da allora il lavoro di preparazione della dieci giorni di feste, danze, convegni in varie città israeliane dal 18 al 28 agosto prossimi che culminerà col Jerusalem World Pride sotto lo slogan “Amore senza confini”. Dall’Italia non manca il supporto di Angelo Pezzana, fondatore del Fuori, primo movimento gay italiano, che studia ebraico a Gerusalemme e che giustamente considera normale che nella capitale di uno Stato democratico come Israele si tenga questo evento. L’Arcigay ha già un suo rappresentante sul posto, Salvo La Rosa. I radicali saranno presenti. La città, con più di 5.000 anni di storia, è considerata santa dalle tre principali religioni monoteiste — musulmana, cristiana ed ebraica — e vive l’appuntamento con esponenti politici e religiosi scatenati pro o contro.
Sono già 75 i rabbini non ortodossi che hanno firmato una petizione a sostegno dell’ iniziativa; sono a favore Sharon Kleinbaum, rabbino capo della Congregazione Beth Simchat Torah, Bassem Eid, direttore dell’Human Rights Palestinian Monitoring Group, Anat Hoffman, direttore dell’Israel Religious Action Center, il reverendo Eled Troy Perry, fondatore dell’Universal Fellowship of Metropolitan Community Churches. Contrapposto a questo schieramento c’è la santa alleanza di chi vede nell’appuntamento un’offesa e un oltraggio alla città: i maggiori leader delle chiese ebraiche, cristiane e musulmane sono sul piede di guerra. Si sono infatti “uniti” per contrastare a tutti i livelli il Gay Pride. Altro che guerra tra religioni o civiltà, qui le religioni si sono unite, dopo millenni di separazioni, grazie ai gay. Ciò che li spaventa è che l’omosessualità diventi accettabile.
I cristiani, nella loro composizione più famosa a Gerusalemme: cattolici romani, greci ortodossi e chiesa armena, che da secoli litigano tra loro nella città vecchia per controllare quel pezzo di chiesa o quell’altro e che trovano concordia solo nella legge dello ‘status quo’ risalente alla metà dell’800, si sono alleati con i tre leader musulmani della città e con Shlomo Amar, rabbino capo dei sefarditi. Hanno urlato in coro che “l’evento sarà un duro colpo per tutte le religioni”. Abdil Azizi Bukhari, leader musulmano sufi, aggiunge – riporta il New York Times — che “non permetteremo a nessuno di venire a insozzare la città santa. ..”. Già alcuni ebrei ortodossi, nel II Gay Pride di Gerusalemme (estate 2003), che si tenne all’indomani della morte di uno degli organizzatori in un attentato suicida in cui persero la vita 16 persone, avevano lanciato maledizioni.
Il sindaco di Gerusalemme, l’ultraconservatore Uri Lupolianski, eletto grazie al 30 per cento di ebrei ultraortodossi- che vivono nella città, aveva lanciato i suoi anatemi e fu poi denunciato nel 2003 dagli organizzatori del Gay Pride alla Corte dei conti israeliana per non aver contribuito alle spese dell’evento. Francesco Rutelli, quand’era sindaco di Roma, prima appoggiò il Gay World Pride, poi negò il patrocinio del Comune. Nessuno lo denunciò, salvo divenire il simbolo dell’omofobia catto-politica italiana. Non, sarà per questo, ma stavolta il profilo del sindaco di Gerusalemme sarà più neutrale: consapevole di rappresentare anche gli altri cittadini e facendo arrabbiare i conservatori, non ha aderito alle istanze dei contrari. Il governo, conferma Shay Cohen, consigliere dell’ambasciata israeliana in Italia, in un’intervista rilasciata a Mario Cirrito di gay.it, accoglie favorevolmente quest’idea “Gerusalemme è una città aperta a tutti.
Organizzazioni come Open House a Gerusalemme e Aguda a Tel Aviv lavorano a stretto contatto con le autorità israeliane, pur con le difficoltà della legislazione locale, per aiutare e difendere i gay palestinesi che vivono da clandestini in Israele per sfuggire alle persecuzioni cui sono oggetto nei territori dell’Anp, anche da parte delle loro stesse famiglie, solo perché omosessuali”.