Bolognetti: Di fronte all’inno al dolore di sua Eminenza Mons. Nolé, non ci resta che piangere.

Dichiarazione di Maurizio Bolognetti, Segretario radicali Lucani, Consigliere Associazione Coscioni, Coordinatore regionale Rnp e Direzione nazionale Rnp

Oggi è il 14 febbraio, festa degli innamorati, ed è oggi che ci tocca leggere l’inno al dolore pronunciato da sua Eminenza, Monsignor Francesco Nolé(Vescovo della Diocesi Tursi-Lagonegro), nella Cattedrale di Lagonegro.
Il Dolore e la sofferenza, doni di Dio. Una tesi davvero affascinante.
Va da sé che se il dolore e la sofferenza sono doni di Dio, ad assumere un ruolo fondamentale nella terapia del dolore, non è la morfina, ma la presenza di sacerdoti e vescovi(intermediari del Dio che dispensa dolore e sofferenza) al capezzale del malato.
Nella visione di Monsignore, il Dio vendicativo di Sodoma e Gomorra, del Vecchio Testamento, è stato sostituito da una sorta di sadico, che dispensa doni, di cui personalmente farei volentieri a meno, e che si diverte a vederci soffrire.
Personalmente, preferisco di gran lunga il Dio del Vecchio Testamento, il quale aveva il pregio di essere più chiaro e diretto, benché anch’egli, a volte, si divertisse con i suoi subordinati, avanzando strane richieste con prove degne di un reality show.
Basti ricordare che per metterne alla prova la fedeltà, quel Dio ordinò ad Abramo di ammazzare il suo unico figlio Isacco.
Tutto questo, chissà perché, richiama alla memoria la mitica scena del film di Troisi e Benigni “Non ci resta che piangere”, con il frate che continua a ripetere al bidello catapultato nel 1492: “Ricordati che devi morire”, e con il grande Massimo, che di rimando gli fa: “adesso me lo scrivo”.
Eminenza, non me ne voglia, ma potendo scegliere, preferirei non soffrire e non morire con dolore. Questa morte italiana col rantolo, di cui voi sembrate essere i cantori e gli apologeti, non fa per me. Molti italiani, Eminenza, e tra questi moltissimi cattolici, la pensano come me. E il caso Welby è lì a dimostrarlo. Nessun Dio, ne sono certo, può condannare l’umano desiderio di non provare dolore e sofferenze gratuite.

Da Gazzetta del Mezzogiorno, 14 febbraio

Lagonegro, preghiere e riflessioni nella “giornata mondiale del malato”

Di Vincenzo Fucci

Lagonegro – La malattia e la sofferenza sono stati gli argomenti su cui si è soffermato nella con cattedrale lagonegrese il vescovo di Tursi-Lagonegro mons. Francesco Nolè. L’occasione è stata la solenne concelebrazione, a livello diocesano, (con celebranti frate Vincenzo Lattuga ed il parroco Mario Tempone) della XVesima Giornata Mondiale del malato che Giovanni Paolo II volle istituire per ricordare anche la Festa della Madonna di Lourdes e che quest’anno ha avuto per motto “Fragilità e salute.”
“Occorre dare una svolta al nostro cuore – ha osservato, tra l’altro, il Vescovo – perché l’uomo non deve confidare solo su se stesso, autoreferenziarsi. Occorre una svolta contro l’atteggiamento che oggi l’uomo va assumendo nell’illusione di potersi impadronire e disporre della vita e della morte. La malattia, la sofferenza non solo fisica, sono un dono di Dio e vanno accettate anche da chi sta vicino al malato. Occorre, perciò, creare una mentalità che faccia guardare all’altro, al malato, come ad un capolavoro, ad un dono, ed il volontario deve avvicinarlo ed accompagnarlo con sensibilità e tanto amore per testimoniare l’amore di Dio”. La giornata diocesana, ha avuto inizio, a cura della Sottosezione diocesana dell’Unitalsi con una liturgia eucaristica alla quale hanno preso parte numerosi ricoverati per poi snodarsi con una fiaccolata alla quale ha preso parte anche l’Avo lagonegrese.