La differenza tra la posizione del Ministro Rosy Bindi e quella del Presidente della Commissione Sanità del Senato Ignazio Marino, ambedue rispettabilissime, è che quella di Marino è perfettamente coerente con l’articolo 34 del Codice deontologico medico in base al quale:
Il medico deve attenersi, nel rispetto della dignità, della libertà e dell’indipendenza professionale, alla volontà di curarsi, liberamente espressa dalla persona
Il medico, se il paziente non è in grado di esprimere la propria volontà in caso di grave pericolo di vita, non può non tenere conto di quanto precedentemente manifestato dallo stesso.
La condizione di Piero Welby è esattamente quella descritta in questo articolo, avendo Welby espresso la volontà di staccare il respiratore. Una volta che, in ossequio alla volontà del paziente, il medico ha staccato il respiratore e ha sottoposto il paziente a sedazione per evitare inutili sofferenze, il medico è obbligato a intervenire di nuovo per riattaccare il respiratore essendo il paziente in pericolo di vita? Sicuramente no; anzi, il Codice deontologico indica al medico la necessità di tener conto di quanto il paziente gli ha dichiarato. Questa è la procedura prevista dal codice medico. Sarebbe infatti assurdo scrivere “il medico non può non tener conto dei desideri del paziente” e poi fare l’esatto contrario di quello che il paziente, pochi minuti prima di andare in stato di incoscienza, ha dichiarato di volere. Il medico che intervenisse nel momento in cui il paziente è diventato inconsapevole mostrerebbe uno scarsissimo rispetto della volontà e della dignità di quel paziente, la cui volontà ha onorato finché il paziente era consapevole, per violarla pochi istanti dopo, quando il paziente è entrato in stato inconsapevole.