La scienza commerciale come causa di credenze e politiche antiscientifiche

Paolo Bianco

di Paolo Bianco

 

Professore ordinario di Anatomia e Istologia patologica, Università di Roma “La Sapienza”

Mi viene da pensare a una famosa citazione che sintetizza quanto ha detto in modo egregio il professor Sulston. Non sono le parole di un comunista, ma di Jonas Salk. Quando gli fu chiesto perché non avesse brevettato la sua invenzione, Salk rispose: “Sarebbe stato come brevettare la luce del sole”. Ecco, questo è un punto molto importante. La maggior parte delle scoperte che hanno fatto progredire la medicina nella seconda metà del secolo scorso si sono verificate nel quadro di un sistema che non prevedeva il brevetto di prodotti dell’ingegno da parte di scienziati o istituzioni accademiche. Questo sistema era dovuto a un preciso modello economico dei rapporti tra scienza e sviluppo e cioè il paradigma post-bellico.

Gilberto (Corbellini) ha citato Vannevar Bush. L’idea di Bush era molto semplice: io, il governo, finanzio con risorse pubbliche lo sviluppo di un bene pubblico, la conoscenza e il perseguimento del sapere e l’accesso al sapere sono del tutto gratuiti. Dopodiché, un soggetto privato finanzia con risorse private lo sviluppo di una tecnologia o di un prodotto a partire da un sapere di base. Ora, ciò che sfugge al pubblico più ampio è che questo non era un tentativo di difesa del libero pensiero, ma un preciso modello economico. Tutto il sapere prodotto sulla scorta di quel modello è liberamente accessibile da parte dell’industria e del capitale, che, di contro, devono fare i conti con uno scenario del tutto diverso nel momento in cui si registra un eccesso di brevetti, come accade oggi. C’è un altro aspetto che viene citato raramente e che va sotto il nome di “tragedia degli anti-commons”: se un’azienda deve brevettare ogni frammento di proprietà intellettuale, il tempo, gli sforzi e il denaro necessario allo scopo scoraggeranno l’innovazione.

Vorrei sottolineare con forza questo punto. La riflessione su questi aspetti non può essere costretta in una cornice che vede da una parte il libero mercato e dall’altra il comunismo. No, questo fenomeno è del tutto inedito. Il libero mercato esisteva negli anni Sessanta ed esiste anche oggi. A modificare completamente lo scenario è una nuova configurazione che ha una profonda influenza su ciò che chiamiamo libertà della scienza.

Cercherò di creare un ponte tra le diverse posizioni che sono state presentate oggi. Mi pare di capire che da un capo del ponte debba esserci la politica. Ho pensato, dunque, di concepire un ponte che partisse dalla politica e terminasse con la politica. La politica da cui intendo iniziare è quella di cui abbiamo sentito in un paio di interventi che sono stati fatti ieri, incentrati sulla politica nell’ambito della salute. Ci è stato ricordato che la salute è centrale nelle politiche economiche e scientifiche e indubitabilmente è così in tutto il mondo occidentale. Ma esaminando gli appunti che si prendono in questo genere di incontri o in questo genere di conversazioni, si notano alcuni temi che ricorrono di sessione in sessione. Vorrei ricapitolarne qualcuno: “È necessaria l’innovazione”, “è necessario facilitare gli studi clinici”, “è necessario rimuovere gli ostacoli frapposti dalle regole nella messa a punto di cure efficaci per patologie che non hanno cura”. Ora, questa è la prospettiva prevalente in tutto il mondo. Si sentono invariabilmente le stesse cose, e ora vorrei provare a offrire alcune osservazioni che reputo necessarie per inserire queste questioni in un contesto più ampio. Anzitutto concedetemi un’osservazione semantica. La scoperta – non l’innovazione – è una categoria della scienza. L’invenzione – non l’innovazione – è una categoria della tecnologia. L’innovazione è una categoria degli affari. Ciò che si fa per mettere a punto la cura per una malattia che non ha cura, una malattia di cui magari non si conosce neppure la causa (come la sclerosi laterale amiotrofica), non è mera innovazione, non è la semplice diversificazione di un prodotto presente sul mercato. Occorre una grande conquista in termini di conoscenza, dopodiché occorrono una o forse più invenzioni per far sì che quella conquista si traduca in una soluzione o in una cura.

Per quanto riguarda gli studi clinici, in un editoriale del British Medical Journal di un paio di settimane fa si leggeva che il 65% circa degli studi clinici che si svolgono oggi nel mondo producono risultati che non verranno mai pubblicati. La stessa percentuale si applicherebbe sia agli studi clinici sponsorizzati da aziende che da quelli che, per un motivo o per un altro, si svolgono nelle università. Jonas Salk è stato già citato molte volte oggi. Per il suo vaccino è bastato uno studio clinico. Sull’agopuntura, finora, si sono svolti tremila studi clinici. Se del vaccino di Jonas Salk sappiamo che funziona, dell’efficacia dell’agopuntura potremmo disquisire notte e giorno davanti a qualche tazza di tè verde.

In questo momento, mentre parliamo, nel mondo si conducono 361 studi clinici nel tentativo di provare l’efficacia di una superstizione, ovvero che somministrando cellule ossee per via intravenosa a pazienti che soffrono di una varietà di patologie – dall’autismo all’incontinenza urinaria – li si può curare. Lo si può fare perché a quelle cellule è stata applicata l’etichetta magica di “cellule staminali”. Lo si può fare anche se quelle cellule muoiono non appena le si immette nel flusso sanguigno. Lo si può fare anche se non c’è alcuna ratio scientifica dietro l’idea che si possa curare l’autismo iniettando cellule ossee. Questi 361 studi clinici si svolgono in tutto il mondo, ma la metà di essi è condotta in Cina. Ben 82, tuttavia, si svolgono nell’Unione Europea, con fondi europei.

Vorrei sottolineare un punto molto importante. Sono consapevole che non esiste caso di violazione della libertà della scienza cui non si affianchi la divulgazione di una descrizione a-scientifica del mondo naturale. Il punto che vorrei sottolineare è che tutto ciò sta accadendo in Occidente in questo stesso istante. Vengono divulgate convinzioni a-scientifiche la cui origine è al di fuori della scienza, ma oggi, in alcuni casi, anche dentro di essa.

Oltre al caso delle cellule somministrate per curare l’autismo, ci sono altri esempi che vorrei citare. Uno è quello dei vaccini che provocherebbero l’autismo: idea sorta da un articolo pubblicato in The Lancet, certamente falsificato, fraudolento, ma cionondimeno concepito da scienziati. Quegli scienziati avevano un conflitto d’interessi e gli interessi che confliggevano con la scienza erano sorti al di fuori di essa. L’altro caso è quello delle cosiddette cellule staminali simil-embrionali molto piccole (VSELs). Nel caso delle cellule ossee che dovrebbero curare l’autismo, abbiamo a che fare con un esempio di doppia descrizione di un oggetto naturale: una descrizione scientifica secondo cui l’oggetto ha le proprietà B e C, e una descrizione ascientifica secondo cui lo stesso oggetto ha le proprietà A’, B’ e C’, che sono del tutto diverse e non dimostrate. Nel caso delle VSELs, si tratta semplicemente di un oggetto inesistente nel mondo naturale.

Questa può essere considerata una minaccia alla scienza? Sì, come può esserlo qualunque sostituzione delle credenze alla scienza. Le credenze che sostituiscono la scienza non traggono origine nella religione, né affondano necessariamente le radici in un progetto politico, ma senz’altro sorgono da un progetto che è estraneo alla scienza.

Perché si verifica questo nuovo fenomeno? Ci sono alcuni eventi davvero storici su cui non possiamo continuare a chiudere gli occhi. La scienza per come la conosciamo oggi si esplica in un mondo in cui pochi eventi importanti hanno cambiato completamente i termini del contratto tra scienza e politica, tra scienza ed economia, tra scienza e società. Tra questi eventi ci sono la fine della guerra fredda, la crisi delle politiche economiche d’ispirazione keynesiana e la globalizzazione.

Per capire perché ci ostiniamo tanto a confondere il progresso scientifico con l’innovazione, non solo nel caos della politica ma anche all’interno della comunità scientifica, dobbiamo essere pienamente consapevoli del fatto che la medicina è diventata centrale nell’arena della scienza in generale, a causa di due eventi distinti. Il primo è che il mercato biomedico vale da solo il 25%, ad esempio, dell’economia americana. Il secondo è che ciò accade in presenza di un mercato che è tipicamente regolato, come il mercato dei farmaci. Un terzo aspetto è che la ricerca e l’innovazione nel campo della medicina sono state esternalizzate dall’industria e abbandonate dal soggetto primario che nello scorso secolo ha condotto almeno tre quarti della ricerca orientata alle terapie.

La globalizzazione ha determinato l’abbandono o l’esternalizzazione di ricerca e sviluppo dall’industria farmaceutica al mondo accademico. Di qui la nascita di quella che chiamiamo biotecnologia. Questo è un aspetto centrale del nuovo contratto con la scienza sotto molti punti di vista.

Politicamente è stata la guerra fredda, e null’altro, a privare l’accademia del ruolo di “consigliere del principe”, che si è consolidato nel corso dei secoli, ma che ha raggiunto l’apice ai tempi del Progetto Manhattan. La crisi delle dottrine economiche keynesiane ha fatto sì che emergesse una nuova concezione delle economie di libero mercato. Tale concezione non è in alcun modo più prossima all’economia di libero mercato della precedente concezione del liberalismo economico, ma si distingue da essa sul piano dell’ideologia e presenta ramificazioni ideologiche con implicazioni significative per gli ambiti della scienza e della tecnologia.

Oltre ad aver perso il proprio ruolo di consigliera del principe, la scienza si è vista anche privata di un sostegno economico pubblico a partire dagli anni Ottanta, a partire dal Regno Unito, a partire da Margaret Thatcher. Quella politica è stata esportata nel resto del mondo e ha avuto due esiti: un taglio dei fondi che vanno alla scienza e un diverso impiego di circa la metà del denaro residuo che va alla scienza. Quella metà è oggi destinata a ciò che chiamiamo “medicina traslazionale” o più precisamente la ricerca dell’innovazione per il trattamento dei pazienti.

Vorrei ora chiarire alcuni punti. Per trattare malattie rare o malattie che non hanno soluzioni mediche, non ci occorre una maggiore innovazione, non ci occorre un maggior numero di inutili studi clinici, e non ci sono ostacoli che occorre rimuovere sul piano delle regole. Quello che occorre è una scienza più solida, più focalizzata; una migliore comprensione della biologia e della medicina. Il motivo per cui siamo portati a credere che serva più innovazione, più studi e meno ostacoli risiede in un preciso piano politico e commerciale, che è cosa diversa dalla ricerca di terapie nuove e migliori. Questo piano politico è lo specchio di una concezione del ruolo della scienza nella società che è diversa da quella cui si faceva riferimento negli anni in cui la mia generazione si è formata, ed è incontrastata nell’economia, nella politica e nell’idea del rapporto che intercorre tra scienza e società. Ciò significa che quel che serve davvero è lo sviluppo di un diverso piano politico, che deve necessariamente trarre origine da una diversa idea del ruolo della scienza rispetto alla politica, all’economia e alla società. Io non sono certo la persona giusta per delineare un programma politico, ma ho avuto a che fare con questa transizione (da una concezione della scienza e della società a un’altra) abbastanza a lungo da poter individuare alcuni obiettivi immediati e alcuni obiettivi o considerazioni più a lungo termine.

Dobbiamo guardare con forza allo schema di finanziamento della scienza con fondi governativi: lo schema, le dimensioni e il volume di quel finanziamento. Dobbiamo definire politiche per la salute, segnatamente nelle aree che ruotano attorno a malattie senza cura o che potrebbero implicare il ricorso a modi di trattamento inediti che nascono dalla scienza, ma che non sono ancora nati. Nel quadro di queste politiche, dobbiamo fissare con molta chiarezza i princìpi che ne sono alla base, con particolare riguardo alla destinazione del denaro.

Per farvi un esempio, non sono solo gli 82 inutili studi clinici con cellule staminali mesenchimali a essere finanziati in larga parte con i soldi dei contribuenti europei, ma anche gli studi su quegli oggetti da realtà virtuale detti VSELs. Si pensa che questo tipo di cellula putativa esista all’interno del midollo osseo e abbia un diametro pari a un micron. Vorrei ricordare che un micron equivale alle dimensioni di un batterio o di un mitocondrio, il che vuol dire che quella cellula deve scegliere se recare DNA oppure respirare, e a quanto pare reca DNA ma non respira. Dunque, attraverso una replicazione diretta degli esperimenti originali sulla VSEL, si è dimostrato che questa cellula, che ovviamente viene presentata come rimedio di mali di ogni genere, non esiste. Ciononostante, alcuni “progetti scientifici” che si occupano di questa cellula inesistente hanno ricevuto i seguenti sostegni finanziari: il Vaticano vi ha destinato un milione di euro, non a titolo di donazione, ma sotto forma di una joint-venture con l’azienda che si è accaparrata i brevetti di queste cellule e vuole immetterle sul mercato. L’Istituto Nazionale della Sanità americano (NIH), pilastro della ricerca libera svolta con fondi governativi nella seconda metà del secolo scorso, vi hanno destinato 1,5 milioni di dollari. Il primato è però dell’Unione Europea, che ha destinato ventidue milioni di euro a un consorzio transnazionale che prometteva di usare cellule inesistenti per trattare malattie molto esistenti. Dobbiamo ridefinire gli obiettivi della ricerca biomedica che gode di finanziamenti pubblici, ponendo fine alla contaminazione tra concetti del mondo degli affari e concetti scientifici.

In una prospettiva di più lungo termine, la vera sfida consiste nel prendere coscienza del fatto che la “nuova concezione” del mondo che coincide con una nuova idea del ruolo della scienza nella società è (almeno a mio modesto avviso) il nodo centrale dell’economia globale. Pertanto, abbiamo l’opportunità di creare una concezione alternativa, più progressista di quella di cui siamo oggi testimoni. Oggi assistiamo alla prova storica sperimentale del fatto che si può separare lo sviluppo economico, l’innovazione, la generazione di nuovi prodotti e la crescita dell’economia dalla produzione di scienza. Inoltre – circostanza ancor più importante – si può generare e accumulare profitto e ricchezza senza generare qualsivoglia libertà personale. Tutto ciò mette in discussione la nostra idea della storia dell’Occidente e della sua libertà in rapporto alla conoscenza. Questo “esperimento di storia” si sta compiendo in una parte del pianeta che non possiamo ignorare. Ma è questa, proprio questa, la sfida culturale e politica che ci troviamo davanti quando parliamo non solo di libertà della scienza, ma di libertà e scienza.

Altre due brevi osservazioni. Inizierò con un commento su quanto ha detto Simona (Giordano). Da cosa deriva la mancanza di fede nella scienza? La scienza non si è mai basata su alcun tipo di fede. Un’osservazione più seria che posso offrire riguarda quel fenomeno che sta assumendo proporzioni abnormi in tutto il pianeta e che negli Stati Uniti si chiama “negazione della scienza”: la gente nega che il pianeta si stia riscaldando, nega che il fumo faccia male alla salute (e questa è la sola negazione che sottoscrivo in pieno, ma sono di parte). Be’, ciò non accade per caso e non si tratta di una semplice tendenza sociale. In parte rientra in una campagna commerciale molto organizzata. La comunità scientifica deve smettere di rifiutarsi di vedere che la scienza commerciale – il genere di scienza in voga oggi, almeno per quanto concerne la scienza biomedica –, a differenza della scienza tout court che è alla base della formazione mia e di Michele De Luca, produce equivoci, credenze e superstizioni, che provengono da fuori e da dentro la scienza. Penso che non ne ricaveremmo un grande progresso.

La seconda osservazione che vorrei offrire si ricollega a un commento di Michele su quanto ho detto in precedenza. Non intendevo dire che la scienza è marcia, non intendevo parlare di “quando” la scienza sbaglia, ma del “perché” la scienza sbaglia nel mondo occidentale. Perché accade tutto quel che viene descritto (senza spiegazioni) nell’articolo dell’Economist? Se ci si rifiuta di vedere il ruolo della commercializzazione della scienza nell’emergere di anomalie all’interno della scienza, si trascura l’aspetto più influente della più dirompente forza antiscientifica che la mia generazione abbia mai visto. L’argomento avanzato è: “Be’, dopotutto la scienza funziona ancora”. Ma non è affatto questo il punto. La scienza funziona ora e funzionava prima, con la sola eccezione che quanto accade oggi nella scienza in Occidente non accadeva prima del 1980, almeno non con la stessa intensità. Di nuovo, perdere di vista questo particolare non ci porterà da nessuna parte.

Si dice che la scienza ha in sé un meccanismo autocorrettivo. Be’, non è così. La scienza non ha un meccanismo autocorrettivo; la scienza è un meccanismo autocorrettivo, altrimenti noto come il procedimento di “congettura e confutazione” che Popper ha insegnato al mondo. Ciò, tuttavia, si applica soltanto a quegli errori che traggono origine dalla scienza, nella scienza. Se ho un’ipotesi errata e faccio un esperimento, e traggo conclusioni da quell’esperimento, quelle conclusioni e la mia interpretazione possono essere sbagliate. Un ulteriore esperimento può dimostrarlo.

Qual è quindi il problema? Be’, il problema è che questo meccanismo si applica solo alla scienza. Quando però la scienza è viziata da un preconcetto – sia esso religioso, politico o commerciale, non fa differenza, – essa non è in grado di correggere il preconcetto né, quindi, di correggere l’errore.

Vi faccio un esempio molto semplice. Nel 2002, un articolo su Nature asseriva che le cellule staminali mesenchimali (che sono cellule adulte e non sono pluripotenti) fossero pluripotenti. Era scritto su Nature: scienza sofisticata e credibile; scienza sbagliata, in effetti. Ora, alla scienza, per correggere quell’errore ci sono voluti non più di due o tre anni, ma per correggere le conseguenze di quell’errore nella società ci vogliono molti più anni. Circostanza ancor peggiore, oggi si somministrano cellule staminali mesenchimali supponendo che esse possano generare cellule neuronali. Queste cose capitano, e capitano non perché la scienza sbaglia, ma perché c’è interesse commerciale a farle capitare. Quindi, quando dietro a una falla scientifica c’è un interesse commerciale, quella falla e quell’interesse ostacolano la scienza. Ecco perché è inutile continuare a decantare la natura autocorrettiva della scienza. Lo sappiamo tutti, ma il problema che ci troviamo ad affrontare è diverso.

 

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.