Quando si parla di barriere si pensa subito a quelle architettoniche sensoriali, mentre queste rappresentano un genus del concetto di “barriere sociali”, anche se il più rilevante perché l’accessibilità è pre-condizione necessaria per esercitare paritariamente i diritti di tutti. Aggiungo inoltre che sono convinto che la visibilità/conoscibilità della disabilità abbatte, la paura quasi antropologica delle diversità, pertanto ritengo che le famigerate barriere mentali si possono superare solo se vengono meno quelle architettoniche sensoriali.
La diversa presenza di queste barriere in ambito statale è direttamente proporzionale al grado di svantaggio derivante dalle varie menomazioni che affliggono ognuno di noi disabili. Questa è per sommi capi la qualificazione di disabilità del WHO nel 2002, recepita in una cospicua parte degli ordinamenti attraverso la Convenzione ONU del 2006 che la ha adottata.
Prima considerazione di ordine generale ed economico: l’abbattimento di queste barriere e, prime tra tutte quelle architettoniche/sensoriali, diminuisce lo svantaggio delle persone disabili e quindi riduce anche la spesa sostenuta dagli Stati a titolo di parziale indennizzo sociale dello svantaggio subito, realizzando anche un riqualificazione della spesa da fondo perduto ad investimento che dispiega i propri benefici nel tempo a favore di tutti, pensiamo alla terza età.
Inoltre la Convenzione ONU con l’introduzione dei criteri di “Progettazione accessibile” ed “Accomodamento ragionevole”, come strumenti per garantire e realizzare le pari opportunità delle persone con disabilità. Criteri che in tema di accessibilità, o meglio delle opere per la rimozione delle barriere architettoniche e sensoriali, forniscono un ampio ventaglio di ricorso a soluzione innovative rispetto agli attuali standard normativi anche a basso impatto di spesa.
Tutto ciò se calato nella realtà italiana dove l’illegale presenza di barriere è la regola e non viceversa, può rappresentare una formidabile opportunità per l’ALC per rafforzare le nostre iniziative sul tema, penso in particolare a quelle sui PEBA ed a quelle giudiziarie in tema di discriminazione delle persone con disabilità.
Per le barriere architettoniche concordo con l’idea di Rosalba Crivellin di iniziative a livello di Comune per il loro abbattimento, tanto più che ogni Comune avrebbe dovuto realizzare, in base ad una legge del 1986, i PEBA per gli edifici e spazzi pubblici di loro pertinenza. Quindi la procedura rispetto ai Registri DAT risente del fatto che i PEBA sono, solo teoricamente, un preciso obbligo del Comune e che la pressoché totalità non ha fatto il PEBA.
Quindi una ipotesi di procedura per sommi capi potrebbe essere:
1. Richiedere Accesso al PEBA del Comune come associazione portatrice di interessi in tema di disabilità, pretendere una risposta scritta da cui si ricaverà quasi certamente la carenza/assenza del PEBA. Da notare che tale inadempienza si evince anche, quando rispetto a determinate barriere architettoniche, il Comune risponde che sta studiando le soluzione per abbatterle, o non è in grado di indicarne la tempistica, perché sia le modalità che la data di eliminazione sono elementi che deve riportare il PEBA;
2. sulla base di quanto dichiarato dal Comune è possibile fare un’azione giudiziaria contro il Sindaco in quanto la carenza/assenza del PEBA rappresenta una discriminazione delle persone con disabilità a carattere collettivo per cui l’ALC è legittimata ad agire in giudizio.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.