Utero in affitto in Ucraina assolta coppia di Pozzuoli

Il Mattino
Alessandro Napolitano

Un viaggio all’estero per poter finalmente realizzare il loro sogno, quello di avere un figlio. Senza immaginare che al loro rientro in Italia avrebbero subito perquisizioni, sequestri di oggetti personali, esami del Dna e un processo con ben quattro capi d’accusa. Ma soprattutto inconsapevoli che la loro sentenza di assoluzione sarebbe diventata un precedente giudiziario destinato a fare chiarezza su una delle leggi più controverse degli ultimi anni: quella sulla procreazione medicalmente assistita, meglio nota come «legge 40».

È la storia di una coppia di Pozzuoli che non poteva avere figli. I due hanno così deciso di raggiungere l’Ucraina, dove gli ovuli già fecondati da lui sarebbero stati impiantati ad una donna di Kiev. In pratica avrebbero scelto la via della surrogazione di maternità, più conosciuta come «pratica dell’utero in affitto». Tanti i casi puntualmente «scoperti» dall’ambasciata dell’ex Paese sovietico, ma sempre finiti con archiviazioni o assoluzioni per il solo reato di falso. Mai, prima d’ora, le coppie italiane che avessero deciso di praticare la surrogazione di maternità erano finite sul banco degli imputati per violazione della legge 40.

Dal sogno all’incubo nel giro di pochi giorni per la coppia puteolana. Partita dall’Italia alla volta di Kiev nel 2013, raggiungendo uno dei paesi europei in cui vigono leggi tra le più permissive in materia di procreazione assistita. L’impianto degli ovuli fecondati riesce perfettamente. La madre «surrogata» porta avanti la gravidanza senza alcun problema, fino alla nascita del piccolo, il 30 agosto del 2014. Così come previsto in Ucraina, la donna che ha dato alla luce il bambino ne registra la nascita all’Ufficio di stato civile di Kiev.

Nel documento viene indicato anche che il padre e la madre del bimbo sono i due italiani, e che lei lo ha solo portato in grembo, rinuncian- do così ad ogni diritto e dovere sul bimbo. Il relativo certificato di nascita viene poi registrato dalla coppia all’ambasciata italiana e da lì trasmesso agli uffici di stato civile di Pozzuoli. Un iter perfettamente in regola con le leggi ucraine, chiarirà il giudice.

La stessa ambasciata, però, trasmette gli atti alla Procura di Napoli segnalando il tutto come «un ennesimo caso di surrogazione di maternità». Da questo momento in poi, per la coppia, inizia un’odissea giudiziaria che mai si sarebbero aspettati di dover vivere. Viene perquisita la loro abitazione, portati via telefoni cellulari, documenti e Pc. I due, assieme al piccolo, vengono anche sottoposti all’esame del Dna. Il pubblico ministero ne chiede ed ottiene il rinvio a giudizio.

Sono accusati di concorso in violazione della legge 40 e di ben tre reati di falso in quanto – scrive il pubblico ministero – «falsamente dichiaravano e attestavano di essere i genitori naturali del piccolo»; di aver denunciato attraverso la Cancelleria consolare di Kiev «come proprio il figlio nato in realtà da fecondazione eterologa» facendo «falsamente risultare il piccolo quale figlio naturale» della coppia; ed infine «per aver indotto mediante inganno» il Comune di Pozzuoli a formare un atto di nascita falso.

La Procura di Napoli chiede anche l’autorizzazione al ministero della Giustizia per procedere per reati commessi all’estero. Parte anche una rogatoria internazionale per l’acquisizione dei documenti redatti in Ucraina. La coppia chiede di essere processata con il rito abbreviato. Il giudice acconsente ed emette una sentenza di assoluzione piena, «Perché il fatto non costituisce reato» relativamente all’accusa di aver violato la legge 40 e «perché il fatto non sussiste» per ciò che riguarda le tre accuse di falso.

Il pm chiede un anno e mezzo di reclusione per i due, richiesta alla quale si accoda anche il Comune di Pozzuoli che si costituisce parte civile. I due coniugi vengono difesi dall’avvocato Massimo Calò. Secondo il gip Isabella Iaselli – richiamando anche una sentenza della Corte Costituzionale del 2014 che aveva dichiarato illegittimi alcuni articoli della legge 40 – «la surrogazione di maternità non viene considerata come forma di procreazione assistita di tipo eterologo», aggiungendo che «la coppia di coniugi con un problema di fertilità assoluta si è avvalsa della normativa più permissiva dettata dalla legge ucraina» e che «la stessa Corte riconosce che i cittadini italiani potevano e possono recarsi all’estero per fare ricorso alla procreazione assistita».

Il giudice, poi, spiega che si tratta di una «condotta realizzata non per fini di lucro ma per realizzare quel desiderio, costituzionalmente garantito, di diventare genitori». Assolti anche per i reati di falso. In quanto non hanno «attestato nulla ma solo chiesto la trascrizione producendo un atto ufficiale» e che non c’è «alcuna alterazione dello stato civile». In pratica non c’è stato alcun dolo né tanto meno intenzione di violare la legge».

Per l’avvocato Massimo Calò «La Procura di Napoli aveva cercato di creare un caso “zero” per contrastare la pratica di maternità surrogata ritenuta, erroneamente, illegittima». Per i due genitori la sentenza di assoluzione è «la fine di un incubo. Di certo non ci aspettavamo di dover attraversare un percorso giudiziario così difficile, tortuoso e pesante anche da un punto di vista emotivo: abbiamo dovuto subire perfino perquisizioni e un esame del Dna».

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.