“Un’alternativa possibile? Rinunciare a molti farmaci”

La Repubblica
Elena Dosi

«Nessuno si diverte a fare sperimentazioni sugli animali. E se qualcuno ha alternative valide, si faccia avanti. Di certo non possiamo somministrare farmaci agli uomini senza test preliminari». Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, sceglie la strada della provocazione e paragona l’uso delle cavie alla democrazia: «Sarà un sistema pieno di difetti, ma di migliori purtroppo non ne abbiamo».

Vengonosuggeriti metodi alternativi come la simulazione su computer o la sperimentazione dei farmaci su cellule in vitro.

«Il computer elabora solo i dati che ci mettiamo dentro. Se abbiamo a che fare con un farmaco nuovo, dobbiamo invece scoprirne eventuali effetti inattesi. L’uso di cellule in vitro avviene nelle prime fasi di test dei farmaci ed è sicuramente un metodo valido. Ma poi purtroppo l’azione della nuova molecola deve essere osservata anche all’interno di un organismo vivente. La provetta da sola ci dà informazioni troppo distanti dalla realtà. Sarebbe rischiosissimo prendere un nuovo farmaco, osservarne i suoi effetti solo su una coltura cellulare e poi somministrarlo direttamente all’uomo. È quello che vogliamo?».

Quali sono le terapie che oggi non avremmo senza le cavie?

«Tutti i farmaci sono passati per una fase di test sugli animali prima di essere approvati per l’uomo. Se vogliamo citare alcuni esempi, i farmaci contro l’Hiv non esisterebbero senza gli studi sulle scimmie né avremmo pillole per abbassare il colesterolo senza i conigli».

I ricercatori vengono accusati di svolgere alcune pratiche senza anestesia.

«Non lo facciamo e non avremmo ragioni per farlo. La sperimentazione sugli animali serve per mettere a punto dei trattamenti da usare nell’uomo. I risultati devono essere il più possibile sovrapponibili fra le due specie. Il dolore non solo è inaccettabile dal punto di vista etico, ma ha anche l’effetto di invalidare i test. Un animale che soffre non ci permette di valutare se la cura che stiamo testando possa essere un giorno valida per l’uomo».

Quali attenzioni vengono prese per limitare le sofferenze delle cavie?

«L’uso degli animali in laboratorio è sottoposto a regole rigide. Prima di iniziare una sperimentazione, i ricercatori devono rivolgersi al comitato etico del loro istituto, descrivere nei dettagli il progetto e aspettare il parere positivo. La stessa procedura va ripetuta presso il ministero della Salute. Negli stabulari deve sempre essere presente un veterinario per controllare le condizioni di vita degli animali. Questi professionisti sono riuniti nella Società italiana veterinari animali da laboratorio, che si occupa di seguire le normative e mettere a punto le pratiche migliori».

Nonostante questo, non si può negare che gli animali soffrano.

«Nessuno nega o prende alla leggera questa sofferenza. Ma per limitarla prendiamo tutte le misure a disposizione: anestesia per gli interventi chirurgici e antidolorifici. Per studiare lo stato di una malattia usiamo sugli animali gli stessi sistemi di imaging degli uomini: tac e risonanze magnetiche adattate alla taglia degli animali».

Usare cani, gatti o scimmie non crea disagio agli stessi ricercatori?

«II 90 per cento delle ricerche in Italia in realtà utilizza topi e ratti. Gli altri animali sono molto rari da noi. E dobbiamo comunque ringraziarli tutti se molte sostanze chimiche nocive sono state stoppate prima di essere usate sugli uomini».