La legge che nel 2002 legalizzò eutanasia, suicidio assistito da medici e altre pratiche di fine vita nei Paesi Bassi non ne ha determinato una maggior diffusione. In sostanza, è questa la conclusione alla quale è giunto uno studio, pubblicato su Lancet on line lo scorso giovedì 11 luglio, finanziato da ZonMw, Organizzazione olandese per la ricerca sanitaria e lo sviluppo (ente che tra i principali committenti annovera il ministero della Salute).
Lo studio ha preso in esame i Registri di mortalità dei Paesi Bassi degli anni 1990, 1995, 2001, 2005 e 2010 e le risposte ad appositi questionari inviata ai medici che avevano assistito i casi oggetto della ricerca.
Ne è risultato che di tutte le morti avvenute nei Paesi Bassi nel 2010, il 2,8% è da ricondurre a pratiche di eutanasia, un tasso superiore all’1,7% rispetto al 2005, ma, precisa lo studio, comparabile a quelli del 1995 e del 2001. Anche la distribuzione per sesso, età e diagnosi è risultata sostanzialmente stabile tra il 1990 e il 2010.Nel 2010, in particolare, il 77% (3.136 su 4.050) di tutti i casi di eutanasia e suicidio assistito sono stati riportati a un comitato di revisione (erano stati l’80% nel 2005: 1.933 su 2.425). Nello stesso anno, pratiche di fine vita attuate senza l’esplicita richiesta del paziente sono risultate meno frequenti rispetto agli altri anni considerati: lo 0,2% contro una media dello 0,8%. Sempre nel 2010 la sedazione profonda continua fino al decesso è stata applicata più spesso che nel 2005, rispettivamente nel 12,3% e nell’8,2% dei casi.
Infine, di tutte le morti del 2010, lo 0,4% è avvenuto a seguito della decisione del paziente di smettere di alimentarsi e di bere; nella metà di questi casi, il paziente aveva fatto richiesta di eutanasia che, però, non era stata accolta.
Lo studio, commentano i ricercatori, fornisce la comprensione delle conseguenze della regolamentazione dell’eutanasia e del suicidio assistito dal medico nel contesto più ampio delle pratiche di fine vita. In Olanda, aggiungono, la legge in materia ha portato a una pratica «relativamente trasparente». E «anche se tradurre questi risultati in altri Paesi non è semplice – precisano gli autori dello studio – essi possono informare il dibattito sulla legalizzazione della morte assistita».