Innanzitutto un ringraziamento all’on. Palagiano per avermi invitato ad intervenire. Si trattano, in questi lavori, delle tematiche che da sempre mi vedono sensibile e impegnata, spero di potervi fornire un contributo utile ad un confronto che ritengo fondamentale per fare un po’ di chiarezza e proporre soprattutto soluzioni. In effetti, il tempo trascorso dall’entrata in vigore della legge, è un tempo sufficiente per cercare di tracciare un bilancio sugli effetti, sui risultati, sulla sua applicazione. Credo che siano pienamente confermate le previsioni di quanti, come noi radicali e dell’Associazione Luca Coscioni, sostenevamo.
Che questa legge avrebbe creato una quantità di problemi, senza praticamente risolverne nessuno. Una legge punitiva e discriminatoria nei confronti soprattutto delle donne, una legge sbagliata insomma. Nel testo di presentazione di questo convegno, tra le domande che si pongono, ce n’è una: "Le donne italiane hanno le stesse opportunità di quelle di altri paesi europei?". E’ questione che svilupperò tra poco, però subito la risposta: No, senza se, e senza ma. Le donne italiane non hanno le stesse opportunità di quelle di altri paesi, prova ne sia che molte sono costrette ad avvilenti viaggi all’estero per poter beneficiare di quei diritti che qui in Italia ci vengono negati. Ma, come ho detto, ci tornerò.
Per la franchezza e l’amicizia che mi lega con molti di voi, subito voglio esprimere e ribadire una perplessità. Giustamente avete sollevato la questione degli embrioni congelati ed "abbandonati", dell’uso che se ne può fare, prima che "muoiano". E’ una questione che noi radicali abbiamo sollevato da tempo. Già nella passata legislatura una proposta di legge, la numero 426, trattava di "Norme in materia di donazione degli embrioni a fini di nascita". In quel testo di legge si parla in ognuno dei quattro articoli che la compongono, di DO-NA-ZIO-NE. Non si fa – e non a caso – mai menzione di "A-DO-ZIO-NE".
Come ho già anticipato ieri alle agenzie, non si tratta di mera sfumatura lessicale, le parole sono importanti. Proporre l’ "adozione" degli embrioni "abbandonati", significa dar loro identità e una soggettività sul piano giuridico che non possono avere. L’embrione non è persona. Gli embrioni congelati non possono essere equiparati ai bambini in stato di abbandono o in attesa di affidamento. L’embrione da solo non è in grado di compiere la strada che porta dall’uovo fecondato alla nascita: questo è possibile solo se una donna accetta di accoglierlo e si realizza nella gravidanza quell’unione tra madre e figlio che nascerà. Quindi non c’è peggiore disuguaglianza che trattare allo stesso modo situazioni differenti cioè l’embrione e la persona.
Quindi non va e non deve essere percorsa nessuna strada per il riconoscimento di titolarità di diritti e della stessa capacità giuridica all’embrione. "La capacità giuridica, si acquista dal momento della nascita. I diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento della nascita"art 1 del codice civile : e coincide con l’inizio della respirazione polmonare del neonato con il primo vagito. Dando uno sguardo alle leggi europee, possiamo constatare che nessuna delle leggi europee, che hanno legiferato in materia di fecondazione assistita – con diversità di ispirazione, con enunciazioni di principio sulla tutela della dignità dell’uomo o del concepito, dall’inizio della vita- ha inteso di modificare la norma sulla capacità giuridica.Dalla costituzione svizzera al codice civile francese, al quella tedesca tra le più garantiste in Europa.
Su questo credo che occorra chiarezza, non abbiamo bisogno di soluzioni ambigue e che potrebbero tradursi nell’ennesimo pasticcio.
Gli embrioni crioconservati e (non voglio qui aprire la questione posta sempre dai radicali sulla Biobanca milanese che da tre anni aspetta di accogliere gli embrioni in soprannumero, mentre continuiamo a mantere in piedi una struttura e del personale a vigilare su cosa etc ) li si può destinare a fini di ricerca; oppure si possono utilizzare nel procedimento procreativo da parte di terzi richiedenti. A questo proposito risulta davvero incomprensibile il divieto, contenuto nella legge 40, alla donazione di gameti finalizzata a consentire la cosiddetta "fecondazione eterologa". E’ un divieto assurdo, che da sempre pensiamo debba essere rimosso.
Grazie a una legge come la 40 si rinnova quel dato di classe che già si ebbe ai tempi di quando in questo paese non c’era il divorzio e l’aborto veniva punito. Chi poteva andava all’estero, per divorziare o per abortire; esattamente come oggi va all’estero chi non vuole soggiacere – e ha i mezzi per farlo – ai divieti della legge 40.
Mi si consenta qui una notazione che è un invito alla riflessione; è davvero un curioso paese il nostro: Quando si tratta di tecniche di inizio vita, l’ utilizzo della scienza e della "tecnica"è considerato "un abuso", si tenta in tutti i modi di impedire nascite che non vengano considerate "naturali", nel senso che la fecondazione non avviene attraverso un atto sessuale.
Al contrario, nel momento della morte, nel "fine vita", si fa ricorso senza che questo sia considerato un abuso, alla scienza e alla "tecnica" per allungare il tempo della morte e della sofferenza. Mi pare un bel paradosso e una crudele contraddizione.
Perché non c’è dubbio che la legge italiana in materia di procreazione assistita è una delle più severe e restrittiva, mentre in Gran Bretagna, Spagna, o in molti paesi dell’Est europeo sono assai più "liberali":dall’Austria, dove è consentita la fecondazione artificiale tra coppie sposate o conviventi, sia quella eterologa;al Belgio, dove è ammessa la fecondazione assistita di tipo omologo e eterologo per coppie sposate o conviventi, eterosessuali o omosessuali e single;dalla Francia, dove la fecondazione assistita è consentita alle coppie sposate e conviventi da almeno un paio d’anni; e l’eterologa è permessa quando sono fallite le tecniche omologhe;al Regno Unito, dove da diciotto anni è in vigore una tra le normative più permissive: fecondazione eterologa tanto alle coppie sposate o conviventi, quanto alle donne single. E poi la Svezia, la Svizzera, l’Europa dell’Est…
Le stesse possibilità consentite in Gran Bretagna sono presenti nella legislazione della cattolicissima Spagna, il governo di Aznar aveva ridotto a tre gli embrioni da produrre e trasferire, ma poi si è rimediato con la reintroduzione della crioconservazione.
Ecco: auspico un dibattito e un confronto improntato a quello spirito di rispetto e di tolleranza, spirito autenticamente laico, che si coglie nelle parole del cardinale Martini. Purtroppo – almeno per quel che riguarda la gerarchia vaticana – quella di Martini sembra essere una posizione minoritaria. Non nel paese, se è vero che un recente sondaggio dell’IPSOS ha fornito risultati clamorosi: su tutti i temi cosiddetti etici, la maggioranza degli italiani è in straordinaria sintonia con noi radicali, e lontana dalla gerarchia vaticana: il 61 per cento degli interpellati non condivide il NO del Vaticano alla libertà scientifica sulle cellule staminali, e maggioranze di poco superiori o inferiori non sono d’accordo con l’infinita sequela di NO delle gerarchie ecclesiastiche si tratti di divorzio, aborto, anticoncezionali e quant’altro.
Credo – e mi avvio verso la conclusione – che sia più che mai necessario e utile aprire un dialogo e un confronto costruttivo, senza reticenze e ipocrisie, al di là degli schieramenti "ufficiali". Mi piace ricordare quanto ebbe a dire, due anni fa, il cardinale Carlo Maria Martini "Là dove c’è un conflitto di valori, mi parrebbe eticamente più significativo propendere per quella soluzione che permette a una vita di espandersi piuttosto che lasciarla morire. Ma comprendo che non tutti saranno di questo parere. Solamente vorrei evitare che ci si scontrasse sulla base di principi astratti e generali, là dove invece siamo in una di quelle zone grigie dove è doveroso non entrare con giudizi apodittici". Donandoli alla ricerca scientifica per non frenare la conoscenza, e al sapere per tentare di sconfiggere malattie ad oggi mortali o donarli ad altre coppie, vuol dire permettere alla vita di espandersi. Quindi nessun altro minuto da perdere nella direzione di modificare la legge 40, perché è evidente l’impatto che ha avuto e che ha questa legge sul tessuto sociale.