Dico subito onestamente, a scanso di equivoci, che io non sono vegetariano. Vivo in questa epoca, ho le mie abitudini e non mi sento in grado di cambiarle radicalmente. Diciamo che non sono vegetariano per mancanza di volontà. Dal punto di vista degli animalisti, io sarei un “riduzionista”, ma mi sembra un appellativo fin troppo generoso. Più semplicemente, tento di mangiare il meno possibile carne e pesce, con risultati modesti ma pur sempre apprezzabili. Ciò che mi preme dimostrare, con questo articolo, è che secondo me gli animalisti hanno ragione.
Giunsi a questa conclusione già molti anni fa, preparando l’esame di storia antica. Ai tempi dell’impero romano, gli schiavi erano a tutti gli effetti equiparati al bestiame. Vivevano nelle stalle, incatenati per non poter scappare, venivano nutriti e mantenuti in forze affinché potessero lavorare produttivamente. Morivano per lo più di stenti sotto la frusta, oppure di fame se venivano liberati e abbandonati quando erano vecchi. Provenivano per lo più da popoli assoggettati nelle conquiste e facevano parte del bottino di guerra. I romani definivano questa forza-lavoro “instrumentum vocale”, strumenti provvisti di voce. Possiamo affermare che gli antichi romani fossero malvagi, per questo? L’aggettivo è inappropriato. Sconfiggere i popoli “barbari” e ridurli in schiavitù era cosa normale, faceva parte della antropologia culturale dei dominatori. Era lo spirito dei tempi.
Successivamente, all’epoca delle grandi scoperte, i conquistatori erano soliti, sbarcati su un’isola o una costa, per prima cosa sterminare tutti gli abitanti, salvo raramente i bambini più piccoli, che venivano prontamente battezzati, e le donne giovani, altrettanto prontamente stuprate. Dopo di che si procedeva allo sfruttamento del territorio, importando in particolare le spezie, cioè un sapore nuovo (“qualcosa di speziale” appunto) da portare sulla tavola delle aristocrazie europee. Erano malvagi quegli esseri umani, che uccidevano altri esseri umani solo per portare cibi gustosi e piccanti al palato di nobili e ricchi? All’epoca essi non si ponevano alcun interrogativo morale, anzi sviluppavano orgogliosamente i loro commerci, con notevole sacrificio e non poco ardimento.
Poi arrivò la stagione dello schiavismo. Il commercio degli esseri umani è stato prassi ordinaria sin dalla notte dei tempi, ma nei secoli fra il XVI e il XIX assunse forme e dimensioni mai raggiunte prima. Una delle pagine più vergognose nella storia dell’umanità, senza che nessuno – nemmeno le menti umanistiche e illuminate della cultura europea – trovasse alcunché da eccepire. Nel suo bel libro “Il capitalismo ha i secoli contati”, dopo avere denunciato questo sconcertante “silenzio dei filosofi”, Giorgio Ruffolo scrive: “Non dobbiamo però stupirci oltre misura di queste prove di insensibilità e aperta contraddizione morale. Un giorno i nostri posteri forse si indigneranno per il trattamento che riserviamo agli animali e per l’ipocrisia, che ci consente al tempo stesso di amarli e di mangiarli con altrettanto trasporto, sulla base di distinguo logicamente ed eticamente insostenibili”.
Ecco, l’economista ed ex-ministro socialista propone un link, proiettato nel tempo, fra questione animale e questione morale. Oggi noi diamo per scontato che una persona di pelle scura (ma lo stesso vale per un ebreo, una donna, un bambino, un omosessuale eccetera) sia titolare degli stessi diritti di una dall’incarnato roseo (o cristiano, maschio, adulto, eterosessuale eccetera); ma sappiamo bene che si tratta solo di paradigmi culturali. Oggi consideriamo un imperativo morale questo concetto di parità, ma in passato l’abbiamo completamente ignorato. Oggi sappiamo che non possiamo trattare un nostro simile come una bestia, ma in passato lo abbiamo fatto “naturaliter”. E’ così difficile riuscire a immaginare di estendere alcuni dei nostri attuali paradigmi morali anche alle specie animali?
Dopo Ruffolo, sentiamo Theodor Adorno: “Auschwitz inizia ogni volta che qualcuno guarda a un mattatoio e pensa: sono soltanto animali”. Un’esagerazione? Non credo. Un’amica mi ha raccontato che da bambina, sulla spiaggia di Tolfa, sentiva di lontano degli uomini che piangevano. Non tutti i giorni ma ogni tanto giungeva all’orecchio, ben distinguibile, il pianto di un gruppo di uomini. Molti erano turbati, non solo i bambini. Da dove proveniva quel pianto? Dal macello comunale, adiacente alla spiaggia. A piangere non erano gli uomini, ma i maiali. Ho scoperto così che i maiali, quando piangono, emettono lo stesso identico verso degli umani. Quei maiali piangevano perché stavano per essere uccisi: vedevano i loro simili avviati alla morte e capivano che fra poco sarebbe toccato a loro. Gli animali sono intelligenti, capiscono bene quando stanno per morire. Se non possono fuggire, si disperano. Piangono. Come noi.
Non scrivo queste cose per commuovere, ma per riflettere. Umberto Veronesi racconta che lui è nato e cresciuto in una grande fattoria di campagna. Quando nascevano i puledri, gli agnelli i maialini eccetera, egli affibbiava loro un nome, li vedeva poppare, li guardava alzarsi e muovere i primi passi incerti con le zampe a sghimbescio; poi correva con loro nei prati; erano i suoi amichetti, i suoi compagni di giochi. “Non avrei mai potuto ucciderli e cibarmene: così sono diventato vegetariano” spiega uno dei più autorevoli medici e scienziati italiani.
Veniamo agli allevamenti intensivi. Anche mettendo da parte quanto scritto finora, è noto che queste aziende consumano enormi quantità di acqua e, di conseguenza, di energia; inoltre sono particolarmente inquinanti. E’ giusto che queste attività siano sostenute dalla collettività con tariffe agevolate, in particolare che percepiscano forti sussidi dall’Unione europea, senza i quali non potrebbero sopravvivere sul mercato? Se gli allevamenti intensivi non ricevessero finanziamenti pubblici e fossero costretti a chiudere, ne deriverebbe un drastico calo del consumo di carne: siamo sicuri che sarebbe una disgrazia, anche dal punto di vista alimentare? Molti esperti dicono di no. Il latte vaccino potrebbe essere sostituito agevolmente dal latte vegetale (ve ne sono di ottimi) mentre uova e formaggi potrebbero seguitare a provenire da animali allevati in semi libertà e in condizioni accettabili.
Altra questione, completamente diversa, è la pratica della sperimentazione animale. La comunità scientifica è divisa, ma i più autorevoli studiosi sostengono che la ricerca non è ancora in grado di rinunciare a questa opzione. L’associazione radicale “Luca Coscioni” sostiene questa tesi. E’ una scelta dolorosa, contraddittoria, ma almeno fondata su una forte motivazione morale: la cura di alcune malattie, il possibile benessere della specie umana. Viceversa il cibarsi di carne e pesce, in gran parte del mondo sviluppato, ormai non ha più alcuna giustificazione. Oggi sappiamo che si può vivere bene mangiando frutta, verdura, legumi e cereali, con un moderato consumo di uova e latticini, eventualmente facendo ricorso agli integratori necessari. E’ questo l’approccio gradualista e riduzionista che io sostengo, distintivo e non dogmatico, fondato sul principio che la ricerca scientifica mantiene una forte motivazione etica mentre l’alimentazione animale ne conserva assai poca (uccidere un elefante per fare sfoggio del suo avorio, per capirci, non ne ha nessuna).
Ripeto: io non sono capace di vivere così, ma molti lo sono e io penso che facciano bene. Fanno una scelta “giusta”, moralmente superiore alla mia.