Quattro SI al referendum

Massimo Teodori
Voterò quattro sì al referendum sulla fecondazione assistita del 12 giugno e mi auguro che le persone di buon senso seguano questa indicazione. La mia scelta non è di schieramento ma la decisione di un liberale che, pur rispettando le credenze religiose e le ispirazioni ideali diverse dalle proprie, ritiene che in una materia che riguarda la responsabilità individuale e l’intervento dello Stato, cioè del legislatore (in questo caso i cittadini), si debbano respingere le visioni dottrinarie imposte per mano pubblica.

Quel che è in gioco nei quesiti abrogativi della legge sulla fecondazione assistita – l’unica totalmente proibizionistica tra le legislazioni occidentali – non è il verdetto sul momento di nascita della vita umana, sull’equivalenza tra embrione e persona, o su altre questioni su cui la scienza e la morale discutono da tempo immemorabile senza risposte definitive. Il referendum riguarda tutt’altro: cosa deve fare lo Stato in materia di fecondazione assistita e di ricerca scientifica nell’interesse dell’intera comunità nazionale e non sotto dettatura di particolari visioni religiose e dogmatiche.

Sulla fecondazione assistita ritengo che lo Stato debba intervenire il meno possibile con sue norme e indirizzi in quanto si tratta di un terreno in cui vanno privilegiate le scelte individuali a meno che non si pretenda che lo Stato debba stabilire per legge quel che è bene e quel che è male nelle opzioni personali, esistenziali e familiari. Certo, so benissimo che in una materia così delicata il potere pubblico non può irresponsabilmente astenersi del tutto e deve porre dei paletti, ma da qui a pretendere che sia la legge a dettare se la fecondazione eterologa sia o no consentita, o se gli embrioni da impiantare in una donna debbano essere uno o più, corre una grande differenza.

Quanto alla ricerca scientifica sulle cellule staminali pre-embrionali, il divieto posto dalla legge 40 è scientificamente insensato e pone pericolosamente l’Italia fuori dal circuito internazionale della ricerca in un settore cruciale per affrontare malattie gravissime. Sono consapevole della necessità che il potere pubblico tracci dei limiti in una materia in cui sono enormemente dilatate le possibilità di intervento e manipolazione dell’uomo. Ma tali limiti non possono essere imposti dalla dogmatica dottrinaria ma devono essere guidati da consapevoli orientamenti scientifici (pluralistici) senza sbarrare la porta d’ingresso ai percorsi di ricerca.

La questione che i dogmatici-dottrinari volutamente ignorano è che la comunità scientifica agisce secondo un controllo interno che già di per sé stabilisce le regole della ricerca, soprattutto in un campo come quello bio-genetico. Sono solo chiacchiere quelle che evocano l’eugenetica, il nazismo e la clonazione dell’uomo. Non credo che personalità di grande autorevolezza scientifica e morale come Rita Levi Montalcini o Umberto Veronesi, nel patrocinare l’abrogazione della norma sul divieto di ricerca, agiscano come inconsapevoli emuli degli sperimentatori nazisti, come qualche ciarlatano o fanatico va sostenendo.

E’ per ciò che i quesiti abrogazionisti – 1) consentire la ricerca sulle cellule staminali; 2) cancellare le restrizioni sull’applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita proteggendo la salute delle donne; 3) cancellare la norma che equipara i diritti del concepito a quelli della madre; 4) consentire la fecondazione eterologa (come oggi viene massicciamente praticata e continuerà ad esserlo in maniera clandestina o all’estero) – esprimono bene il principio dell’incompetenza dello Stato nelle sfere della coscienza morale individuale, delle responsabilità della ricerca scientifica, e della tutela della salute delle donne: aspetti tutti che non possono essere sottoposti alla tutela di uno Stato che si fa etico.

Non voglio qui entrare nelle scelte che personalità, gruppi e partiti politici stanno formulando. Rispetto il diritto della chiesa cattolica di propugnare la sua visione del mondo e di indicare, se pure strumentalmente, l’astensione per fare fallire la volontà di quello che presumibilmente è l’orientamento della maggioranza degli italiani. Mi pare saggio il pronunciamento di quei leader che hanno affermato per i loro partiti la libertà di coscienza. Per parte mia, le ragione dei quattro sì, al di la di qualsiasi logica di schieramento che in questo caso è deleteria, sono ispirate da una visione liberale del rapporto tra cittadino e Stato.