Prodi rilancia il voto. Le ultime scelte dei leader

A marzo disse che andrà a votare da «figlio adulto della Chiesa» e con quelle parole ufficializzò il grande freddo con Camillo Ruini. Seguirono polemiche aspre e Romano Prodi giurò che di referendum non avrebbe parlato mai più. Ne ha parlato ieri, a tre giorni dalla consultazione che divide e appassiona l’Italia, senza però svelare cosa scriverà sulla scheda.

PRODI E BERLUSCONI – «Vado a votare – dice Prodi – e l’ho dichiarato prima delle polemiche sull’andare o il non andare, vado perché è col voto che si esprime la propria volontà». L’enigma non è sciolto, ma il Professore semina un indizio quando dice che varcata la porta del seggio si può scegliere il sì, il no ma anche la scheda bianca. Il riserbo di Prodi durerà a lungo con buona pace di Fausto Bertinotti, che sprona non solo il leader dell’Unione «ma tutti coloro che guidano forze politiche» a pronunciarsi in nome di una «scelta di civiltà». Silvio Berlusconi guida Forza Italia, la Cdl e anche Palazzo Chigi, ma finora ha tenuto sul tema procreazione il più discreto degli atteggiamenti. Un silenzio che il Cavaliere potrebbe rompere in queste ultime ore che vedono i referendari sempre più pessimisti, sempre più intransigenti con lo «strappo» di Rutelli e sempre più affettuosi con Gianfranco Fini, il quale conferma i tre sì e il no all’eterologa che hanno scioccato An. In minoranza dentro un partito schierato al 99% sulla linea dell’astensionismo attivo, Fini lo è anche fra le mura della Cdl, dove si asterrà Marco Follini e si asterrà Roberto Calderoli: «Nel segreto dell’urna Dio ci vede, i referendari no». Non voterà Giulio Tremonti e non voterà Letizia Moratti, che nel leggere i quesiti li ha scoperti «troppo complessi e a volte confusi». La materia è delicata, le Camere si sono già espresse e il ministro spera sia il Parlamento ad occuparsene ancora, «con eventuali dibattiti e motivazioni appropriate».

CATTOLICI – Stesso contegno terranno domenica i presidenti di Camera e Senato, le cui uscite pubbliche non sono passate inosservate. Marcello Pera abbraccia convinto un’astensione che non è ignavia (come pensa Massimo D’Alema) ma «pausa di riflessione morale». E Pier Ferdinando Casini, che giudica la legge 40 il frutto di un dibattito aperto, starà lontano dalle urne dosando «prudenza» e «senso di responsabilità».
Non diversa, sul fronte opposto, la decisione del cattolico Enrico Letta. Punto di riferimento per tanti ex popolari, l’ex ministro è giunto alle stesse conclusioni di Francesco Rutelli, che però il suo viaggio in politica l’ha iniziato con i radicali del leader referendario Marco Pannella e non nella Dc di De Mita. Sarà pure «interamente laica» la crociata contro mamme-nonne, uteri in affitto e uomini-scimmia, ma il centrosinistra vive l’astensione di Rutelli come un altro colpo d’ascia alle radici dell’Ulivo.
Mentre Rutelli si intestava un eventuale successo dell’astensione, Piero Fassino combatteva la sua campagna dei «quattro sì» in difesa della vita e della legge sull’aborto, Bertinotti perorava la causa tra cinema e ospedali, Walter Veltroni si spendeva per quattro sì come «concreto atto di solidarietà verso quelle coppie che oggi non possono mettere al mondo un figlio», Guglielmo Epifani e Sergio Cofferati lanciavano appelli… Lontano dal coro, Giuliano Amato si sottrae dalla «caccia a chi dice sì, no o astensione». Domenica andrà alle urne ma il suo voto, come quello di Prodi, resterà un mistero.