Obiezione di coscienza, occasione per invitare tutti al dialogo

Corriere della Sera
Andrea Nicolussi

Si può raggiungere un accordo in bioetica su temi che dividono? Il recentissimo parere del Comitato nazionale per la bioetica sull’obiezione di coscienza rappresenta un esempio in cui ciò si è reso possibile, e addirittura su un tema al centro di vivaci polemiche.

Il parere e la riflessione che lo ha accompagnato, anziché rivolgersi a vecchie questioni, hanno orientato lo sguardo verso il futuro nella consapevolezza che il rapporto tra uomo, tecnica e coscienza sarà sempre più messo a cimento nella società pluralista e dalle strutture fortemente organizzate. Le leggi prevedono nuovi diritti in corrispondenza alle nuove tecniche che progressivamente si rendono disponibili, ma ogni diritto implica necessariamente l’imposizione di un dovere a un’altra persona; di qui la possibilità di un conflitto, dentro la coscienza, tra quel dovere legale e un dovere morale avvertito come più forte e comunicabile costituzionalmente essendo in gioco i diritti inviolabili dell’uomo (vita, salute, libertà fisica, identità familiare, ecc.). Pertanto l’obiezione di coscienza non è solo un diritto della persona che affonda le sue radici costituzionali nella libertà di coscienza, ma è anche una istituzione delle democrazie liberali consapevoli che nessuna struttura organizzativa deve operare in modo spersonalizzante, mettendo a tacere la coscienza di chi nel servizio sanitario, nei centri di ricerca, nelle imprese opera quotidianamente nell’esercizio della sua professione. L’obiezione di coscienza non è tuttavia uno strumento per sabotare leggi poste legittimamente da una maggioranza in ambiti molto problematici, è piuttosto un antidoto costituzionale — come l’ha definita Neri — contro la eventuale pretesa della maggioranza di negare la stessa problematicità della questione. L’obiezione di coscienza non deve ledere diritti riconosciuti per legge, e quindi deve essere «sostenibile» mediante una organizzazione di mansioni e reclutamento tale da garantire i servizi promessi senza discriminare obiettori e non obiettori. Ovviamente è una sfida, nella quale come ha riconosciuto il Consiglio d’Europa, l’Italia, a dispetto di certi denigratori, è di esempio.