Non solo ILVA, ecco l’Italia dei veleni dimenticati

Il salvagente

Quasi 9 milioni di abitanti vivono in zone che andrebbero bonificate
Diossine, metalli pesanti, arsenico… Sono 57 i siti inquinati e ad alta mortalità.

Nord, Centro, Sud e Isole: l’Italia avvelenata ovunque, non solo a Taranto. Con l’aggravante che, fuori dai riflettori della cronache della magistratura, qui di bonifica non si parla.

Il ministero dell’Ambiente, dal 1998 aoggi, ha individuato 57 Sin (siti di interesse nazionale) e ha stanziato 2,2 miliardi di euro per riqualifiche non completate o mai avviate. I Sin sono aree in cui diossine, idrocarburi policiclici aromatici, metalli pesanti, solventi organoclorurati e policlorobifenili (Pcb) hanno devastato aria, suolo, sottosuolo, acque e causato tumori e malattie. Sono zone industriali dismesse in corso di riconversione o ancora in attività, aree oggetto in passato di incidenti e di smaltimento, anche abusivo, di rifiuti.

Hanno un’estensione geografica pari al 3% del territorio nazionale, coinvolgono oltre 300 comuni, 9 milioni circa di italiani e, tra il 1995 al 2002, hanno registrato 9.969 vittime da inquinamento industriale. Una prima mappa, relativa ai siti che coinvolgono più di 100mila abitanti, la trovate nella pagina successiva. La stima delle morti di queste "terre dei veleni", per la verità, oscilla tra 3.508 e 9.969 e la fornisce Sentieri (lo Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento).

L’analisi, coordinata dall’Istituto superiore di Sanità e promossa dal ministero della Salute, è stata condotta sui 44 Sin più inquinati e ha preso in esame le 403mila morti avvenute in queste aree nel periodo 1995-2002. Sentieri ha individuato 63 cause di morte comuni a tutti i Sine, a queste, ha aggiunto delle altre specifiche a seconda dei fattori inquinanti dei singoli Sin. In molti siti, vista la presenza di più fonti contaminanti, è stato difficile individuare una causa predominante.

Alcuni dati, però, emergono su altri: è il caso dei 416 morti in più rispetto alle stime e alla media regionale per tumore alla pleura nei 12 siti contaminati da amianto e gli incrementi di mortalità per tumori polmonari (643 in eccesso) e per malattie non tumorali (135 in più) a Gela e a Porto Torres per le emissioni delle raffinerie e dei poli petrolchimici e a Taranto e nel Sulcis-Iglesiente-Guspinese per gli stabilimenti metallurgici. Malformazioni congenite e condizioni morbose perinatali sono state poi accertate a Massa Carrara, Falconara Marittima, Milazzo e Porto Torres e insufficienze renali, dovute ai metalli pesanti, Ipa e composti alogenati, sono state ipotizzate come possibili cause di decesso a Massa Carrara, Piombino, Orbetello, nel basso bacino del fiume Chienti e, ancora una volta, nel Sulcis-Iglesiente-Guspinese. Sospetti, sempre secondo Sentieri, anche gli aumenti di malattie neurologiche nelle aree in cui piombo, mercurio e solventi organoalogenati sono presenti (Trento nord, Grado e Marano) e l’incremento dei linfomi non-Hodgkin a Brescia (probabile contaminazione diffusa da Pcb).

Così Maria Antonietta Farina Coscioni, ieri, sul caso Ilva e sulle "decine di Ilva sparse per il Paese"