No allo crociate sul referendum

Carlo Taormina
L’accusa mossa alla procreazione assistita è che ognuna delle pratiche da essa implicate violenterebbe le leggi di natura. Quest’idea non riesce però a spiegare perché la legge che sarebbe confermata votando no o astenendosi, non contempli divieti assoluti ma solo limiti al perseguimento di una genitorialità artificiale. Non si capisce, ad esempio, come possa risultare conciliabile lo stop al congelamento dell’embrione, con la praticabilità, invece, di tale metodo di conservazione «per grave e documentata causa di forza maggiore» Altrettanto si dica per l’ancor più radicale divieto di creazione di embrioni, con la previsione, per contro, dell’impiantabilità in «numero non superiore a 3» in unica e contemporanea soluzione. Nè va trascurato che, a parte il divieto di clonazione sanzionato con pene da 10 a 20 anni, ogni altra inosservanza dei limiti fissati determina l’applicazione di semplici sanzioni pecuniarie, neanche penali, come dire che non solo alla violazione dei principi si annette scarsa importanza, ma che il superamento dei limiti è come già messo in preventivo dal legislatore.

E’ inoltre ben difficile additare come estraneo alle leggi di natura ciò che invece costituisce lo sviluppo delle potenzialità della natura stessa. Ma altri, morali e religiosi, sono i fattori che determinano gli orientamenti sulla fecondazione. E a me pare che la logica laicistica dello Stato sia patrimonio troppo dimenticato come garanzia persino per le posizioni cattolico-integraliste da parte di chi, dall’altra parte della barricata, reclama reciprocità di trattamento.

I doveri dello Stato e la libertà di fede

Perché, anzitutto, la fobia per la fecondazione eterologa, quando chi non vuole praticarla? Dal punto di vista legislativo, qual è la differenza rispetto alla disciplina delle adozioni tutta protesa a replicare una filiazione naturale e a rendere non individuabile la reale genesi del rapporto? Perché, ancora, demonizzare l’estrazione di cellule staminali a fini terapeutici? Contro chi sostiene queste obiezioni possono l’assenza di certezze scientifiche sul momento d’inizio della vita e, prima di tutto, la piena libertà di astenersi da tale metodologia. E laicamente può dirsi non seriamente contestabile che lo Stato debba tutelare l’autodeterminazione di tutti, persino, come spesso accade, astenendosi dal legiferare, all’ insegna del principio per cui tutto ciò che non è vietato è lecito. Non è violenza individuare percorsi idonei a valorizzare tutte le possibili opinioni, lo è imporre le proprie sulle altrui idee.

Io credo che non vi siano situazioni, più di quelle implicate dai temi oggetto di referendum, tra l’altro attraversate dall’evidente contraddizione interna tra il rigore dei principi che si vorrebbero imporre e l’avallo di una legge che li viola significativamente, che siano capaci di denotare un impianto fideistico che la storia non potrà non assegnare all’arretratezza, nel quadro peraltro di flatus vocis manichei e integralisti ma anche di ipocrisie di cui i cattolici rischiano di essere i primi interpreti, perché sono loro che, dopo i no a divorzio e aborto, continueranno a divorziare e a far abortire le loro donne, così come continueranno ad avvalersi della procreazione assistita, disciplinata o meno che sia dalla legge. Già oggi molti fondamenti posti come incrollabili dalle religioni monoteiste, segnatamente dal cattolicesimo, risultano logorati. Non si capisce perchè voler inaugurare un altro terreno di scontro di idee più che di comportamenti, allargando il solco tra religione e pratica di vita e allontanando il nostro tempo da quell’unità delle fedi cui il Papa ha dichiarato di voler dedicare il suo pontificato. Preoccupa, invero, la bieca idea che, dalla conferma della legge sulla procreazione assistita, si possa attizzare lo scontro sociale verso l’abolizione della legge sull’aborto.