Certo non avrebbe mai immaginato, Norberto Bobbio, di trovarsi iscritto d’autorità tra i firmatari della legge 40, men che mai di assurgere a patrono dei disertori dell’urna. E invece, a sorpresa, il libro di Antonio Socci e Carlo Casini, In difesa della vita ( sfornato da Piemme giusto in tempo per il referendum), si apre proprio con una citazione del filosofo torinese: « Mi stupisco che i laici lascino ai cattolici il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere » .
Estrapolata dal suo contesto, la frase suona in perfetta sintonia con le posizioni del presidente del Senato Marcello Pera e di quanti come lui raccomandano il non voto. In realtà, quando pronunciò quelle parole, Bobbio si riferiva alla campagna femminista e radicale in favore dell’aborto, rispetto alla quale il professore non nascose mai il proprio dissenso.
Per lui, non credente, lo slogan gridato nei cortei «l’utero è mio, e lo gestisco io» non era accettabile perché declassava il feto a mera appendice del corpo femminile. Un punto di vista nobile, sostenuto da rispettabilissime argomentazioni etiche. Basta questo per dire che oggi, di fronte a un dilemma di tutt’altra natura, il filosofo si schiererebbe a fianco dei vescovi? Scambiare la figurina del laico antiabortista con quella del paladino dell’astensione è una mossa alquanto scorretta, che un arbitro onesto fischierebbe senza esitazioni. Se vogliamo far votare anche i defunti, come usava ai tempi di Peppone e don Camillo, allora cosa vieta ai fautori del sì di reclutare San Tommaso d’Aquino, che non teneva in gran conto lo status dell’embrione?
Ma sarebbe, pure questo, un intervento da cartellino giallo. Meglio limitarsi a ricordare che Bobbio condannava l’astensionismo come un trucco pericoloso per la democrazia. E definiva il referendum « la gemma della nostra Costituzione » . Ci pare di vederlo, la mattina del 12 giugno, ritto davanti alla cabina elettorale, con il bastone e il profilo grifagno. Perplesso, magari, tra il sì e il no. Ma non sull’usare o meno la scheda.