Lo strappo spiazza non voto e reticenze

E’ il primo leader del centrodestra a rompere il «fronte dell’astensione» ai referendum sulla fecondazione artificiale. Per questo, ieri Gianfranco Fini ha ricevuto applausi dalla sinistra e dai radicali. Fra gli alleati, c’è chi finge di non sorprendersi. E ricorda maliziosamente che quando si discuteva in Consiglio dei ministri sulla data del voto, il capo di An e lo stesso Silvio Berlusconi non avevano escluso il 29 maggio: si è arrivati al 12 giugno, perché Lega e Udc si opposero per accontentare i vescovi italiani. Ma, per quanto minimizzata, la presa di posizione del vicepremier è una novità vistosa. Sposta sul governo la sensazione di una grande eterogeneità. Mostra Fini come un testimone della libertà di coscienza, che eserciterà votando tre «sì» e un «no»; ma anche leader di un’An frastornata, e orientata in prevalenza al «no» o all’astensione. Sotto voce si parla di una decisione poco comprensibile, che conferma il caos nella Cdl. Si teme che la scelta referendaria del vicepremier aumenti la confusione; e finisca per incrinare i rapporti con il Vaticano.

Alcune donne di An applaudono Fini, è vero. Ma appare rivelatrice la rapidità con la quale alcuni fedelissimi si complimentano con lui, per aggiungere subito che si asterranno. Il leghista Roberto Calderoli afferma, secco: «Fini ha sbagliato, perché così boccia una legge fortemente voluta dal governo»; e annuncia l’astensione.

Non andrà a votare neppure il coordinatore di Forza Italia, Bondi. E il ministro dell’Udc, Carlo Giovanardi, accusa Fini di provocare addirittura «una deriva alla Zapatero». Il paragone con il premier socialista spagnolo, bestia nera dell’episcopato iberico e della Santa Sede, è il più pesante. Ma possono rivelarsi insidiosi anche i complimenti del radicale Capezzone, dei Verdi e dei berlusconiani referendari. Non solo. Quando il presidente ds Massimo D’Alema dice che «l’importante è che Fini voti», fa capire che il quorum equivale alla vittoria; che l’importante è erodere il fronte sostenuto dalla Cei. Sembra la controprova di un Fini «adottato» da molti avversari e pochi alleati; e deciso a rivendicare libertà di coscienza a costo di apparire contraddittorio.

Eppure, avere detto con chiarezza che cosa voterà il 12 giugno, lo espone e insieme lo premia rispetto alla reticenza trasversale. Conferma le difficoltà di schieramento sulle questioni etiche; ma anche le riserve mentali di una parte del centrodestra che ha votato la legge di cui si chiede l’abrogazione. Semmai, adesso il problema di Fini sarà un altro: convincere An della giustezza di una scelta che al grosso del partito appare politicamente scivolosa; e potrebbe riaccendere una voglia di resa dei conti, acutizzata dal presagio di nuove sconfitte governative.