Alcune donne di An applaudono Fini, è vero. Ma appare rivelatrice la rapidità con la quale alcuni fedelissimi si complimentano con lui, per aggiungere subito che si asterranno. Il leghista Roberto Calderoli afferma, secco: «Fini ha sbagliato, perché così boccia una legge fortemente voluta dal governo»; e annuncia l’astensione.
Non andrà a votare neppure il coordinatore di Forza Italia, Bondi. E il ministro dell’Udc, Carlo Giovanardi, accusa Fini di provocare addirittura «una deriva alla Zapatero». Il paragone con il premier socialista spagnolo, bestia nera dell’episcopato iberico e della Santa Sede, è il più pesante. Ma possono rivelarsi insidiosi anche i complimenti del radicale Capezzone, dei Verdi e dei berlusconiani referendari. Non solo. Quando il presidente ds Massimo D’Alema dice che «l’importante è che Fini voti», fa capire che il quorum equivale alla vittoria; che l’importante è erodere il fronte sostenuto dalla Cei. Sembra la controprova di un Fini «adottato» da molti avversari e pochi alleati; e deciso a rivendicare libertà di coscienza a costo di apparire contraddittorio.
Eppure, avere detto con chiarezza che cosa voterà il 12 giugno, lo espone e insieme lo premia rispetto alla reticenza trasversale. Conferma le difficoltà di schieramento sulle questioni etiche; ma anche le riserve mentali di una parte del centrodestra che ha votato la legge di cui si chiede l’abrogazione. Semmai, adesso il problema di Fini sarà un altro: convincere An della giustezza di una scelta che al grosso del partito appare politicamente scivolosa; e potrebbe riaccendere una voglia di resa dei conti, acutizzata dal presagio di nuove sconfitte governative.