Legge 40, divieti anche per coppie con partner sieropositivi

Le coppie italiane non sterili ma in cui uno o entrambi i partner sono sieropositivi oggi non possono ricorrere alle pratiche della fecondazione assistita qualora fossero desiderose di avere un bimbo sano e senza rischi contagio per il partner. Per questo, come riferito in un incontro a Roma, il 14 Ottobre scorso è stata presentata al Ministro della Salute Francesco Storace l’interrogazione parlamentare con cui si chiede di emanare una norma che permetta l’accesso alle tecniche di procreazione assistita anche ai portatori di patologie virali e sieropositivi.

L’interrogazione, sostenuta dalle Associazioni Amica Cicogna Onlus e Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, è partita dall’Onorevole Katia Zanotti, ma ha tra i firmatari parlamentari di tutti gli schieramenti. L’interrogazione chiede di modificare gli artt. 1 c.2 e 4 c.1 della legge 40 in base ai quali il ricorso alla procreazione medicalmente assistita è consentito solo alle coppie sterili e non a coloro che invece, pur non avendo problemi di fertilità, potrebbero ricorrervi perché portatori di malattie genetiche o perché, appunto, sieropositivi. “Nell’interrogazione – ha affermato Filomena Gallo, presidente dell’Associazione di pazienti Amica Cicogna Onlus – si sottolinea inoltre che rendere impossibile la fecondazione assistita ai pazienti portatori di malattie virali, di Hiv, non ha alcun senso, neanche rispetto alla cosiddetta tutela dell’embrione, ha invece, come solo risultato, la lesione del diritto alla salute sia della mamma che del bambino e del rispetto del principio di uguaglianza, in questo modo è anche violata la facoltà di compiere una scelta riproduttiva responsabile, la Costituzione italiana in questo caso è disattesa”. Le persone sieropositive infatti ricorrerebbero alle tecniche non per un problema di sterilità, ma per evitare la trasmissione del virus sia al partner che al nascituro, attraverso il cosiddetto “lavaggio del seme” (se è lui ad essere sieropositivo) e il successivo ricorso alla fecondazione assistita (nello specifico, a una semplice inseminazione). Se invece è lei ad essere sieropositiva, pur non essendoci problemi per il nascituro (ormai col parto cesareo e la profilassi farmacologica prima e subito dopo il parto è praticamente impossibile che il neonato sia contagiato dalla madre) l’inseminazione artificiale servirebbe comunque ad evitare ogni rischio di contagio per il partner di lei. “Oggi questi cittadini malati – ha aggiunto la Gallo – si trovano di fronte all'impossibilità di accedere alle tecniche di fecondazione assistita, e le uniche alternative concesse loro sono quelle di rinunciare per sempre ad avere un figlio, oppure di affrontare l’altissimo rischio di contagiare il proprio partner e il nascituro. Una terza possibilità consiste nell’andare all’estero”. Conferma il dramma di questi cittadini già gravati da un virus come l’Hiv, l’immunologo e presidente dell'Anlaids Fernando Aiuti, il quale ha stimato in migliaia le coppie che potenzialmente sono vittime del divieto. Il lavaggio del seme, ha spiegato Aiuti, è una tecnica semplicissima e di routine, che non comporta rischi. E l’inseminazione artificiale, ha continuato Aiuti, sarebbe utilissima anche per quelle coppie, tante, in cui entrambi sono sieropositivi. In questi casi, infatti, il problema non è di contagiare il partner ma che i due ceppi di Hiv di lei e di lui possano ricombinare insieme il proprio genoma producendo un ceppo più aggressivo. L’incontro, svoltosi nella sala stampa della Camera, è avvenuto alla presenza, tra gli altri, anche di Adolfo Allegra di ANDROS Day Surgery Medicina della Riproduzione presso Palermo, il quale ha ricordato che lo scorso giugno, firmato da oltre 150 operatori di centri di fecondazione assistita, è stato inviato un appello al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, per denunciare le loro difficoltà ad operare nel pieno rispetto della legge 40 e al tempo stesso della loro professionalità, a tutela della salute del paziente. paola mariano