Le guerre culturali polverizzano i partiti

Lucia Annunziata
Dallo scontro tra laici e cattolici al ruolo della Chiesa

Il voto referendario è stato il primo evento politico post-Berlusconi. Nel più semplice dei significati: grazie sia al percepito calo elettorale che alla intelligente scelta del premier di non esprimersi, la scelta nelle urne non si è trasformata, come quasi sempre è successo in questi ultimi dieci anni, in una scelta pro o contro il Cavaliere.
L’assenza della tensione anti-Berlusconi ha probabilmente segnato la sorte del voto, ma al contempo ci ha anche offerto la possibilità di assistere, dopo molto tempo, a un dibattito non predeterminato da una discriminante di fondo. Quello che abbiamo visto è stato così uno scambio di opinioni acceso ma anche senza pregiudiziali – e se è vero che il risultato finale del voto ha seccamente distribuito torti e ragioni, e se è anche vero che questo risultato sarà giocato sul tavolo della politica, è altrettanto vero che in questo scambio senza corsetti ideologici è stata riacquisita una libertà di discussione che può solo essere utile all’orizzonte della politica.

Sollevando il pesante velo dei sentimenti e/o preoccupazioni anti-Berlusconi sono state riscoperte infatti tutte le guerre culturali che hanno attraversato buona parte dell’Italia del dopoguerra, e che erano state messe da parte ma non risolte; piuttosto congelate dalla discesa in campo del Cavaliere.

Parliamo di guerre culturali perché si tratta esattamente di confronti che si sviluppano per identità, e che dunque hanno una frontiera che non si identifica con i confini delle politica partitica. Non a caso, durante il dibattito pre-referendario questi confini partitici si sono rotti e si sono creati schieramenti trasversali come non se ne vedevano da anni, con spaccature che hanno attraversato fronti rimasti uniti nella disciplina destra-sinistra, anche di fronte a leggi e temi molto controversi come il conflitto di interesse o la riforma della giustizia.

La prima di queste guerre culturali è stata la più ovvia, e forse la più antica, dello Stato italiano: lo scontro fra laici e cattolici. Ma dentro questo contenitore, con un effetto a scatole cinesi, si è dipanata tutta un serie di altre tradizionali divisioni della nostra coscienza nazionale. La seconda, più rilevante, delle quali è il ruolo della Chiesa, con il suo viceversa, la indipendenza dello Stato: da quanti anni non si discuteva della separazione fra le due istituzioni, della natura dello stato e della «ingerenza» della religione? Eppure, come si è visto, nascosto nelle pieghe della nostra compiacenza, il tema è ancora lì, scottante come sempre. E, a seguire, è emersa infatti la divisione fra cattolici e cattolici, i tiepidi e i caldi, i più vicini e i più distanti dalla Chiesa, gli adulti e non.

Un grande ruolo ha giocato anche la divisione fra Nord e Sud: dalla urne esce infatti un paese spaccato in due, con un delinearsi – in maniera già accennata dal risultato delle ultime regionale – di un Meridione che si ripropone ecclesiastico e separato rispetto al resto dell’Italia. Non è impossibile così oggi pensare che nei prossimi mesi si tornerà a parlare di «questione meridionale».

Dal passato del movimento femminista è risalita a galla la più annosa e forse la più dolorosa delle spaccature: quella tra femminismo radicale che pone al centro della sua riflessione la «differenza» come dato antisistema (considerando come tale anche la politica tradizionale ); e il femminismo emancipazionista con una agenda molto vicina alla politica. Gli agganci doppi «Foglio-manifesto», in uscita e entrata di questi dissensi, sono stati i migliori testimoni di quanto trasversale sia ancora oggi la spaccatura sulla identità del corpo femminile.

Dentro la politica, infine, si sono riaperte alcune suture profonde, mai veramente ricucite. La divisione fra cattolici e laici è stata, come abbiamo detto la principale, ma non l’unica. Una notevole guerra culturale è quella che storicamente oppone il centro alla periferia, le segreterie dei partiti agli amministratori locali. Ruoli non sempre coincidenti – con un vertice attento a impegni nazionali e gli amministratori invece più sensibili a voti con cui vivono in stretta prossimità. L’impegno nel dibattito prereferendario fra i due livelli, quello nazionale e quello locale, è stato così notevolmente diverso.
Infine, tanto per dimostrare che non è errato usare questo schema di interpretazione, va detto che in termini di comunicazione sul referendum la scelta più efficace è stata proprio quella della «guerra culturale» di Giuliano Ferrara, direttore del Foglio.

E’ stata insomma, quella prereferendaria, una esperienza di grande frammentazione. Ma può essere ricondotta a una lezione unica: le guerre culturali hanno la forza di aggirare e, potenzialmente, polverizzare i partiti.