Inoltre l’«Obamacare» obbliga ogni datore di lavoro, anche quelli cattolici, a coprire le spese abortive dei propri dipendenti. La lotta alla politica sanitaria laica di Obama è dunque una questione di libertà religiosa: libertà della Chiesa di affermare le proprie prerogative; libertà dei cattolici di sottrarsi a obblighi in contrasto con la loro coscienza. Si potrebbe credere che il salvataggio della riforma giovedì scorso a opera di una Corte suprema composta da sei giudici cattolici su nove sia uno smacco per la Chiesa. In un intervento per Vatican Insider, il giurista Pasquale An-nicchino spiega che non è così. La Corte ha salvato soltanto la copertura medica obbligatoria (individual mandate) e non si è pronunciata sulle spese abortive (contraception mandate). Resta dunque ampio lo spazio di manovra per i cattolici americani: i cui numerosi ricorsi (23 già pendenti in 14 Stati diversi) sfideranno la clausola abortista della riforma Obama e il cui sostegno al candidato repubblicano Romney diventa un’arma potente. Il criterio che ha salvato la riforma oggi, il primato della decisione politica sui tribunali proclamato dal Presidente della Corte Roberts, potrebbe condannarla domani, se il decisore dovesse essere Romney. Mercoledì prossimo, festa del 4 luglio, si concluderanno le due settimane di «preghiera, studio, catechesi e azione pubblica» dedicate dai vescovi alla difesa della libertà religiosa. Si ricorderanno i martiri del «potere pubblico»: il Battista, Pietro, Tommaso Moro. Coinciderà con l’Independence day la celebrazione della lotta per l’indipendenza della Chiesa di Roma e di tutte le chiese.
L’attacco dei vescovi americani contro la sanità di Barack Obama
Corriere della Sera
Marco Ventura